Pensieri da bere dell’Osservatorio Permanente sui Giovani e l’Alcool

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TRA BIRRA E DIRITTI, LA FIFA SI SALVA IN CORNER

Ha fatto scalpore la notizia della decisione del Qatar di vietare la vendita di alcolici dentro e attorno agli otto stadi dei mondiali di calcio 2022, togliendo ai tifosi il piacere di una birra durante la partita. Alla fine hanno prevalso le pressioni dell’Emirato, che hanno “gelato” Fifa e spettatori (inclusa la Budweiser, sponsor dei mondiali di calcio, forte di un contributo di 75 milioni di dollari). Si possono bere alcolici solo nelle zone riservate, dalle 18,30 all’una del mattino, e non certo a buon mercato: una birra media costa 13 euro. A fronte di reazioni come quella del commissario tecnico della Svezia Janne Anderson: “Come puoi guardare la finale di una Coppa del Mondo senza bere birra? Per me è una scelta del tutto incomprensibile”, le agenzie di salute pubblica, che da tempo hanno nel mirino l’approccio alle sponsorizzazioni della Fifa, hanno timidamente approvato le restrizioni.

La piccola nazione del Golfo si è aggiudicata il diritto di ospitare la Coppa del Mondo nel lontano 2010, in modo non trasparente che ha portato all’azzeramento della dirigenza calcistica mondiale dell’epoca. A distanza di 15 anni, scopriamo che il Qatar (come moltissimi altri paesi al mondo) non è una democrazia e ha un serio problema con i diritti umani. E ci stupiamo delle restrizioni sull’alcol. Come se fosse una novità che nei paesi islamici l’alcol, benché disponibile, sia strettamente controllato: ai visitatori che lo desiderano è permesso acquistare birra e altre bevande alcoliche solo nei bar degli hotel di lusso, e a caro prezzo. 

E d’altronde non è sicuramente una sorpresa l’ipocrisia con cui si passa sopra un po’ tutto in nome di altri vantaggi: a partire dagli almeno 6.500 lavoratori che si stima siano morti nei cantieri degli stadi, fino al diritto di poter esprimere liberamente la propria opinione, che è stato negato anche ai calciatori. Ipocrisia che si palesa appieno nelle aree “hospitality” degli stadi: la zona franca per Vip dove, dietro pagamento di un biglietto che va dai 950 ai 34.300 dollari, è possibile sorseggiare liberamente champagne, vino e liquori. Con buona pace degli spettatori “comuni”.

La lettera che la Fifa ha inviato a tutte le squadre partecipanti dice: “Per favore, ora concentriamoci sul calcio”. Ma sembra proprio che ormai i Mondiali siano diventati qualcosa di molto lontano da un evento sportivo e che la governance del calcio si arrampichi sugli specchi per tenere insieme il tutto senza rinunciare a niente. Per dirla tutta, si sono salvati in corner.

Suona ironico difendere la libertà dei tifosi di bere allo stadio, quando la lista dei diritti violati è tanto lunga. Si tratta piuttosto di ricordare che i divieti assoluti che vogliono limitare le libertà altrui, che sia in nome di motivi culturali e religiosi o di quelli votati alla causa della salute pubblica, provocano sempre molti altri danni, forse anche maggiori.

DONNE, ALCOL E FESSERIE

Le opinioni del leader Jarosław Kaczyński sono ormai improponibili anche in Polonia

Perché le donne non fanno più figli? Perché bevono troppo alcol. Così almeno secondo il leader polacco del partito di destra Diritto e Giustizia (PiS), Jarosław Kaczyński, secondo cui il consumo eccessivo di alcolici da parte delle giovani donne sarebbe la causa del basso tasso di natalità del suo Paese. “Se assisteremo al perdurare di una situazione in cui, sino all’età di 25 anni, le giovani donne bevono tanto quanto gli uomini della stessa età, non ci saranno più figli”, ha detto Kaczyński nel corso di un evento pubblico a Elk, una piccola città nel Nord-Est della Polonia. E come se non bastasse ha aggiunto: “Un uomo, per diventare alcolizzato, deve bere eccessivamente in media per 20 anni, mentre a una donna ne bastano solo due”. Così gli avrebbe detto un medico.

Le affermazioni, palesemente prive di qualsiasi fondamento scientifico, si commentano da sole. Le parole del politico sono state messe sotto accusa anche da gruppi di attivisti per i diritti delle donne del Paese che, all’origine della bassa natalità, puntano il dito contro circostanze ben diverse: dai costi sempre più elevati richiesti per crescere un figlio fino allo scarso supporto fornito dallo Stato alle famiglie. Tra l’altro, lo stesso Kaczyński ha dovuto ammettere che il programma del governo, che aveva introdotto un sussidio mensile di circa 100 euro per ogni bambino, non ha funzionato.

Queste reazioni dimostrano che anche in un paese come la Polonia, dove la tradizione religiosa e il contrasto tra aree urbane e campagna hanno ancora molto peso, discorsi come quelli di Kaczyński non sono più accettabili. Sotto sotto anche per gli elettori della destra tradizionalista, ai quali chiaramente il politico si voleva rivolgere con il suo discorso in vista delle elezioni parlamentari che si terranno l’anno prossimo. E del resto, la Polonia è ormai un Paese con un’economia avanzata, con standard di vita in crescita ed un elevato tasso di sviluppo. Ed è noto che l’arrivo del benessere ha un notevole impatto sulla crescita demografica: se guardiamo all’Italia, per esempio, il tasso di natalità è anche più basso di quello polacco.

L’atteggiamento paternalistico di Kaczyński stride ormai anche in Polonia, dove la maggioranza delle donne si è lasciata alle spalle l’idea della maternità come compito “riproduttivo” patriottico. E quanto all’alcol, forse non sarebbe male ricordarsi dei consumi medi della popolazione maschile polacca, sicuramente più elevati di quella femminile: non vorremmo che gli sproloqui di Kaczyński trovassero lì la loro origine.

Immagine: Foto scattata a Milano nel 1934 da Aragozzini-Crimella. Milano, Brefotrofio Provinciale (ex), fondo Fototeca Archivio Storico.

La pillola del giorno prima per la sbornia del giorno dopo

Si possono evitare le conseguenze di un drink di troppo?

Una nuova pillola “miracolosa” (non a caso chiamata Myrkl, che si pronuncia “miracle”), in commercio nel Regno Unito, promette di limitare gli effetti avversi dovuti al consumo eccessivo di alcol: vale a dire, il dopo-sbornia. Si tratta di un integratore alimentare che va assunto da 1 a 12 ore prima di bere e promette di ridurre fino al 70% la quantità di alcol assorbita dall’organismo, che si riflette in una riduzione sia degli effetti a breve termine, come l’euforia, sia del malessere che compare il giorno dopo.

Se lo è domandato anche Tim Dowling, giornalista del Guardian, che si è lanciato in una prova sul campo, durata 4 giorni, della quale fornisce ai suoi lettori un divertente resoconto (https://www.theguardian.com/society/2022/jul/13/can-taking-pill-stop-you-getting-hangover#_=_). Il test, che ha visto il giornalista impegnarsi forse con eccessivo zelo, consumando quasi ogni sera una bottiglia di vino e una di birra, fa emergere considerazioni interessanti. Innanzitutto, dal momento che il dopo-sbornia è una condizione così difficile da definire e da misurare, è complicato valutare l’efficacia di una pillola che si propone di eliminarlo. Il secondo punto è che Myrkl necessita di una certa “premeditazione”: bisogna sapere con un certo anticipo che si ha in programma di consumare dell’alcol, cosa che sicuramente non avviene nel 100% delle occasioni. Un’altra considerazione si può fare anche sullo studio clinico (pubblicato su Nutrition and Metabolic Insights) fatto per testare il nuovo integratore: seppure ben progettato, ha coinvolto solo 24 partecipanti, con età media di 25 anni quindi molto giovani.

Ma l’aspetto più interessante, come ricordato anche da Tim Dowling, è: a chi è indirizzato l’integratore Myrkl? Se pensate che sia rivolto soprattutto a chi ha in programma una serata all’insegna dell’eccesso, vi sbagliate. I   produttori dicono esplicitamente che la pillola è per i bevitori moderati e che non è in alcun modo progettata per bere oltre le linee guida. L’impressione è quella di un grosso controsenso. I bevitori moderati non sperimentano di solito gli effetti della sbornia. Quindi perché mai una persona che consuma un bicchiere di vino o di birra ogni tanto dovrebbe prendersi il disturbo di comprare un prodotto del quale non ha bisogno e di assumerlo regolarmente? Non si tratterà semplicemente di pubblicità cautelativa volta ad evitare polemiche? La moderazione la si educa con l’esempio e la persuasione, non la si addomestica con una pillola…

IL PLAYBOOK DELLE NEFANDEZZE

Quando il fronte della salute pubblica sposa opzioni politiche illiberali

Leggo su The Lancet Global Health un editoriale [1], firmato da un gruppo di lavoro dell’Università di Melbourne d’intesa con OMS Ginevra e la scuola di salute pubblica dell’Università del Nevada, tutto dedicato alla formulazione di consigli tattici con cui i difensori dell’interesse pubblico dovrebbero efficacemente contrastare i portatori di interessi anti-salute. L’elenco di questi è lungo e vario: industrie del tabacco, dell’alcol, del gioco d’azzardo, industria farmaceutica, industria alimentare (limitatamente ai cibi processati e ad alto tenore di zucchero e sale), industria degli armamenti e delle armi da fuoco, automotive, reti sociali e settori tecnologici, petrolio e gas, industria chimica. L’accusa è quella di “promuovere e proteggere interessi commerciali, frequentemente a scapito della salute pubblica, dell’ambiente e della democrazia”. Si argomenta che se i governi non contrastano questi soggetti non solo danneggerebbero la salute pubblica ma anche la “sostenibilità, i diritti umani e la democrazia”. La tesi è chiara: l’azione pubblica, sia nel legislativo sia nell’esecutivo, deve allontanare da sé ogni possibile udienza accordata a portatori di interessi settoriali, a prescindere dalla legittimità dell’azione economica e di impresa. E di conseguenza gli attori istituzionali devono: (i) istituire norme draconiane sul conflitto di interessi a tutti i livelli; (ii) finanziare generosamente l’azione pubblica e statale riducendo privatizzazioni e concessioni di vantaggi al settore privato e alle grandi corporation con politiche fiscali severe; (iii) fare fronte comune con le organizzazioni della società civile e del terzo settore.

Intendiamoci: è doveroso che lo spazio pubblico sia regolato da procedure rigorose di regimentazione dell’influenza delle organizzazioni economiche, limitando pratiche occulte o non trasparenti e definendo un quadro operativo ispirato ad una logica di tutela dell’interesse pubblico. Altro è però costituire l’interesse pubblico come strutturalmente ostile e penalizzate di ogni tipo di attività economico-commerciale. Il programma di rilancio della salute pubblica promosso dagli autori è invece ispirato esattamente da questo obiettivo.

È necessario contrastare con forza e convinzione queste opinioni cui Lancet dà un’udienza esagerata.  In primo luogo denunciando l’assimilazione acritica e francamente inaccettabile di ogni forma di legittimo interesse economico con fattori di destabilizzazione sociale, politica o ambientale. L’industria dei farmaci e quella alimentare, ma anche le bevande alcoliche, messe allo stesso livello dell’industria degli armamenti è un controsenso. Poi bisogna intendersi sulla nozione di “Corporate playbook”. Per gli accademici che hanno scritto il viewpoint la nozione di salute pubblica coincide platealmente con il perimetro dell’azione statale finanziata con la tassazione e la cui governance è dettata dai canoni rigidi dell’esclusione dell’interesse legittimo e dell’interpretazione restrittiva di ogni forma di conflitto di interessi. Gli autori dell’articolo non sono sfiorati minimamente dall’idea che anche il settore pubblico è in parte organizzato come sistema di interessi in competizione fra loro (un esempio? I fondi e i programmi per la ricerca…). Inoltre l’appello retorico alle forze della società civile come naturali alleati del compito di tutela della salute è maldestramente indirizzato a senso unico, a favore di organizzazioni con agende proibizioniste e anti-sistema, quando non apertamente illiberali.  Gli autori pretendono di connotare come pre-politica e indipendente una posizione militante orientata da una precisa visione del rapporto tra salute, società e politica. L’articolo difende una concezione ingenua dell’interesse pubblico che viene fatto coincidere con politiche di riequilibrio fondamentalmente basate sull’arretramento della voce dell’impresa nella società e la costituzione di una più forte e intransigente voce dello stato nell’organizzazione della vita collettiva. Un ottimo programma elettorale, ma appunto, una piattaforma politica di parte che richiederebbe, magari, una competizione elettorale e un voto di maggioranza.

Il problema dell’asimmetria tra interessi settoriali e tutela delle fasce deboli della collettività è naturalmente una questione seria nel disegno di regole eque ed efficaci dell’azione di governo.  Ma la sua soluzione richiede un concorso complesso di valutazioni e di procedure che non possono che chiamare in causa le competenze e anche gli interessi delle parti. Incidentalmente le democrazie si chiamano così perché si delibera consultando tutti i cittadini e investendo della responsabilità di governo maggioranze programmatiche. E la politica si chiama così perché la ‘polis’ è di tutti e tutti possono contribuire a disegnarne il destino senza esclusioni preliminari.  Una politica di riduzione delle diseguaglianze che si propone di aggredire programmaticamente le imprese e di sciogliere le contraddizioni del mercato con politiche di controllo unilaterali e restrittive non è governance illuminata; è un programma travestito da agenda indipendente per promuovere obiettivi di parte in modo illiberale.


[1]     Lacy-Nichols, JL, Marten, R, Crosbie, E, Moodie, R (2022) “The Public Health Playbook, ideas for challenging the corporate playbook”, in: The Lancet Global Health 2022

GDS 2022: DROGHE & TRIBÙ MUSICALI

Musica e stili alimentari del consumatore di sostanze della porta accanto

Sono lontani i tempi in cui potevamo associare la droga ai musicisti “maledetti” del panorama rock e jazz e alla loro fine ingloriosa. Oggi il consumo di sostanze è molto più trasversale e collega profili anche molto diversi tra loro, a prescindere dal lavoro svolto, dall’età, da quello che mangiamo o dalla musica che ascoltiamo. Se non sorprenderà che musica classica e “bravi ragazzi” vadano ancora a braccetto (gli appassionati di questo genere presentano le percentuali più basse in assoluto per l’uso di droghe), forse stupirà sapere che la stessa cosa vale per i fan del rock e del metal non meno che del pop e del jazz: anche per loro le percentuali sono estremamente basse.
È questo l’interessante cambio di paradigma che arriva dal Global Drug Survey 2022 (GDS), che quest’anno, alla sua decima edizione, si occupa poco o nulla di alcol ed esplora invece il tema dell’uso di sostanze mettendole in relazione agli stili di vita, ai gusti musicali e alle abitudini alimentari. I dati sono stati raccolti tra 2014 e 2020, su un campione di ben 592.000 persone appartenenti a più di una ventina di paesi, tra cui l’Italia (la percentuale più alta proviene dalla Germania).
Restiamo in tema musicale: la cannabis risulta trasversale a tutte le tipologie, con un picco nella musica reggae, mentre è chi ascolta la musica techno e EDM (electronic dance music, che comprende una gamma di generi musicali che vanno per la maggiore in discoteche, rave e festival) che consuma più droghe: MDMA (ecstasy), cocaina e anfetamine soprattutto. Anche la frequenza con cui si esce la sera in giro per locali ha la sua importanza: i 246.000 “clubbers” intervistati dimostrano che c’è una forte correlazione tra quanto spesso si esce e l’uso di sostanze nell’ultimo anno, in particolare se si parla di MDMA e cocaina.
È interessante guardare la questione anche attraverso la lente delle abitudini alimentari. Qui, ad esempio emergono, forse sorprendentemente, i vegani: rispetto agli altri gruppi, hanno le percentuali più elevate nel consumo di droghe (escludendo tabacco e alcol), nonostante siano spesso indicati come i più “salutisti”. Forse perché l’essere vegano risulta spesso associato ad altri comportamenti, stili di vita e convinzioni personali. Un chiaro esempio del fatto che l’uso di droghe non è mai separato e slegato nella vita delle persone: spesso la preferenza di una sostanza rispetto a un’altra deriva dal modo in cui vediamo noi stessi, dall’immagine di noi che vogliamo dare, e la disponibilità al cambiamento arriva quando questa scelta non è più in linea con certe attese.
Ciò avviene soprattutto tra i 16 e i 24 anni, cioè quell’età in cui ha un ruolo importante la sperimentazione e in cui l’immagine che si ha di sé stessi è ancora fluida, cangiante, non cristallizzata. Fanno eccezione solo la cocaina, che raggiunge il picco tra i 25 e i 34 anni (probabilmente a causa del costo più elevato), e l’eroina, che invece vede un consumo molto basso ma stabile anche ad età maggiori. Dopo i 25 anni le percentuali calano verticalmente, un fattore che forse sarebbe da tenere in considerazione durante l’elaborazione delle policy: secondo gli autori del GDS, cercare di ritardare il più possibile il primo utilizzo ed evitare la criminalizzazione dovrebbero andare di pari passo non con leggi più severe, ma con politiche volte a proteggere e ad assicurare la salute delle persone soprattutto in quel momento della vita in cui è più frequente il consumo di sostanze, per permettergli di proseguire poi la propria vita in sicurezza.

Alcol e socialità, la riscoperta dell’acqua calda

David Nutt sui benefici sociali del bere e sul valore della moderazione

David Nutt è un noto esperto inglese in addiction che molti anni fa aveva fatto rumore affermando che la droga più letale del mondo era l’alcol. La classica tesi ad effetto che collega ciò che è più diffuso a ciò che più fa male e illudendosi che le droghe meno diffuse o illegali (come cannabis o cocaina) siano tutto sommato un problema relativo. È la linea di argomentazione spesso seguita da coloro che perseguono l’obiettivo di legalizzare la marijuana. Comunque le si prendano, affermazioni del genere provocano solo dubbie battaglie retoriche sulla contabilità del rischio e difficilmente contribuiscono a migliorare il profilo di conoscenza e di azione sul danno da dipendenza. Nutt, ora alla guida del think tank indipendente Drug Science, è ritornato recentemente all’attenzione grazie ad un’intervista rilasciata a Areni Global (un sito specializzato nella promozione del valore culturale del vino) in cui riprova a fare il punto.

Senza troppi giri di parole e citando in filigrana la più recente letteratura scientifica sull’impatto del vino e salute, Nutt distilla tre auree conclusioni: 1) l’alcol è comunque tossico e non si può mai dire che fa bene; 2) il vino a basse dosi e ai pasti potenzia al massimo un effetto protettivo cardio-vascolare; 3) il vino è un lubrificante sociale i cui benefici sulla vita umana non possono essere misconosciuti.

Affermazioni sul filo del rasoio per uno studioso formatosi nell’epidemiologia mainstream. Nutt corregge parzialmente il tiro dicendo che: sì, insomma, l’alcol fa male, però a certe condizioni… Se ai pasti comunque fa meno male… E poi i benefici sociali… Insomma non si può mica vivere di soli diktat sanitari!

Neanche una parola sul valore sociale delle altre bevande alcoliche che qualsiasi elementare sociologia del consumo ha da decenni messo in evidenza. Silenzio assoluto anche sul fallimento del modello inglese di contrasto all’abuso basato sulla lotta frontale a consumo responsabile e pubblicità. Senza contare la strizzatina d’occhio ai benestanti, capaci di stili di vita controllati e migliore prevenzione e protezione sanitaria. Dopotutto per loro il vino può andare, tanto se lo possono permettere visti i prezzi medi inglesi. E se si fanno male, si fanno meno male degli altri. Dunque per sdoganare il vino nel tempo del no safe limits basta ricondire le argomentazioni e presentarle in veste nuova.

È tutto così chiaro che si potrebbe perfino dire: condivisibile. Peccato che non si abbia il coraggio di ricordare che è invece nei paesi mediterranei che il valore culturale della moderazione è stato determinante nel modellare la socialità che adesso Nutt riscopre. E che proprio dalla comprensione dell’ambiguità del bere può nascere l’attitudine moderata, che unisce i benefici sociali con l’attenzione ai rischi. Comunque meglio tardi che mai.

La moderazione non è un’opinione

Il voto dell’Europarlamento dà un segnale sulla questione alcol e cancro

La doverosa azione europea di lotta al cancro ha trovato nella sessione di voto dell’Europarlamento di questa settimana una punto di sintesi nel testo BECA (Beating Cancer), frutto del lavoro biennale di una commissione parlamentare guidata dall’oncologa ed europarlamentare francese Veronique Trillet-Lenoir. Sia durante i lavori in Commissione sia durante il dibattito in aula dello scorso 15 febbraio, una parte rilevante della dialettica politica si è focalizzata sui due paragrafi (15 e 16) che riguardano le bevande alcoliche.

L’associazione tra il bere in eccesso e il rischio dei tumori non è nuova. Le autorità di salute pubblica enfatizzano la portata di nuove ricerche che associano il rischio zero per il cancro al non consumo. Tale indicazione va però bilanciata con i benefici del consumo a dosi moderate per la salute cardiovascolare, specie se collegata alla dieta mediterranea e ad uno stile di vita salutare. E anche ad un rapporto con le bevande alcoliche adulto e maturo, che sa distinguere tra il valore anche sociale della convivialità, che in ultima analisi è cultura della moderazione e saper vivere, cosa ben diversa dalle scorciatoie abusanti di certi stili di consumo non alimentari e ispirati all’eccesso.

In tal senso i parlamentari di Strasburgo hanno licenziato un testo finale (con 652 voti a favore 15 contrari e 27 astensioni), che reintroduce la distinzione tra uso e abuso di bevande alcoliche e sostituisce le etichette allarmistiche del tipo “l’alcol causa il cancro”, con un’informazione più equilibrata sui rischi, ammonendo il consumatore ad attenersi ad un uso responsabile e ad un consumo moderato. Significativo il contributo degli Europarlamentari italiani, trasversale agli schieramenti politici.

È stata inoltre approvata nel testo finale la possibilità per i produttori di alcolici di sponsorizzare lo sport, fatta salva la riserva per eventi prevalentemente dedicati ai minori. Un modo per non privare di risorse spesso essenziali lo sport giovanile, le discipline meno praticate e il sostegno agli investimenti in impianti sportivi di piccole comunità locali. Il testo non ha valore di legge e non impone vincoli, ma condiziona il futuro della strategia europea contro il cancro e le politiche degli stati membri.

Al di là delle prese di posizione di questa o quella categoria, il segnale che viene da Strasburgo è importante. Nel voto è salvaguardata la centralità del diritto all’informazione quando si tratta delle scelte di salute dei consumatori, senza però criminalizzare preventivamente le bevande alcoliche con azioni di prevenzione che assimilano ogni tipo di rischio al danno. I parlamentari europei hanno dimostrato nei fatti, contro chi la nega, che la pratica della moderazione esiste ed è diffusa.

10 D(r)owning Street

Il partygate e il dito puntato sull’alcol

Il cosiddetto partygate sta mettendo sotto scacco il primo ministro inglese Johnson ed esponendo il Gabinetto ad una invasiva e delicata inchiesta parlamentare. Cosa ha da dire la diffusione della notizia che nel momento più duro della pandemia e del confinamento, funzionari pubblici di alto livello violassero le regole sanitarie e si assembrassero nei giardini di Downing Street n.10 in modo inappropriato e indulgendo in orario di lavoro a festeggiamenti a base di alcol?

Al momento (31 gennaio 2022) l’inchiesta ha messo in luce che gli eventi del 2020 che vedono coinvolti membri dello staff di Downing Street e in parte lo stesso premier sono sotto la soglia di violazione della legge penale. E pertanto non ipotizzano reati, in particolare a carico di Johnson. Ma il report della Commissione Gray censura severamente atteggiamenti giudicati come errori di leadership e di valutazione (failure of leadership and judgement).

I fatti mettono in luce un aspetto culturale noto: l’autoindulgenza del mondo britannico a usare l’alcol come facilitatore dei rapporti interpersonali nelle situazioni di stress, oltre la soglia di autocontrollo. Certo a Downing Street non ci fanno una bella figura.  Sul solito Guardian, una ex dipendente del Gabinetto, Sonia Kahn, ha documentato lo scorso 16 gennaio le ragioni che portano funzionari stressati da turni faticosi (https://www.theguardian.com/uk-news/2022/jan/16/from-prosecco-tuesdays-to-thank-you-tipples-no-10-has-a-serious-drink-problem) a contrastare lo stress con il mezzo più diretto a disposizione: la pausa drink in orario di lavoro.

Ma la cosa che suscita scalpore non è tutto sommato il cattivo esempio della amministrazione e l’ombra di doppia morale sulla classe politica inglese. Colpisce la cornice narrativa della notizia. L’allusività dell’ipotesi accusatoria include l’alcol come elemento non accidentale della violazione: non solo si agiva in beffa alle regole anti-Covid ma si faceva festa con le bevande alcoliche. L’alcol dunque come aggravante, un’aggravante che occulta l’eventuale reato: non solo si assembravano quando milioni di britannici erano confinati, ma si divertivano bevendo… È evidente la strategia di spostamento dal fatto obiettivo al contesto allusivo. Gli anonimi funzionari colti in flagrante devono rispondere della bottiglia non della violazione delle norme anti-Covid. Come dire: che ci dobbiamo aspettare da gente che beve sul luogo di lavoro se non comportamenti scorretti?

Se l’onorabilità della funzione pubblica si deve misurare sulla scala del vizio e della virtù e se la credibilità della politica dipende dal conformarsi al decalogo della convenienza sanitaria sul bere, ho l’impressione che il recupero di stima di politici e funzionari sia obiettivo fuori portata. Chi sbaglia deve essere messo di fronte alle sue responsabilità.  Ma la collettività e l’opinione pubblica devono chiedere ragione di reati, non di peccati.

La movida semper infelix della cronaca

Il Longform del 23 dicembre sul sito di Repubblica (Teneri alcolisti a cura di Carlo Bonini con un contributo di Massimo Ammaniti e belle foto di Riccardo de Luca: https://www.repubblica.it/cronaca/2021/12/23/news/teneri_alcolisti_abuso_di_alcol_e_droghe_tra_i_giovani_cause_ed_effetti_delle_dipendenze-331120325/) recupera dalle notti delle movide italiane immagini, storie di eccesso e rischio dalla viva voce dei giovani protagonisti. E li fanno commentare da esperti e testimoni oculari. Con il corredo di dati, anche interessanti benché non nuovi, sui comportamenti di eccesso alcolico e di droghe illegali.

La carrellata di testimonianze e foto è giornalisticamente efficace: voci in presa diretta, flash montati con tecnica cinematografica dai pronto soccorsi e dai laboratori degli esperti, infografiche ricche. Eppure qualcosa non torna. La rappresentazione angosciata del mondo giovanile come vittima di una macchina trita-cervelli che impone mode, profitti illeciti e comportamenti irresponsabili sulla pelle dei ragazzi scorpora dal complesso della realtà solo una parte, certo rilevante, ma non unica. Descrivere un capitolo della vita delle nostre città a partire da un problema reale è certo necessario. Proiettare il racconto del divertimento giovanile sullo sfondo gotico di una città impazzita e senza regole è altra cosa. La movida sembra non riesca a produrre discorsi che non siano polarizzati e contrapposti. 

Proprio perché la posta in gioco è alta sarebbe utile ricordare a noi stessi (nessuno escluso) che la soggettività dei ragazzi si esprime anche nel tempo libero e nel divertimento e come tale non va criminalizzata. E va ricordato che gli eccessi non sono maggioritari (per una ricognizione di atteggiamenti e comportamenti sulle movide romane e milanesi si vedano gli approfondimenti dell’Osservatorio Permanente Giovani e Alcool sul sito www.alcol.net). Stiamo parlando degli stessi giovani che hanno dato un esempio sui vaccini e che, in condizioni difficili, hanno tenuto duro in casa e a scuola nel tunnel della pandemia.

È urgente denunciare le derive irresponsabili ed illegali. Ma è anche necessario investire di più nei percorsi di valorizzazione di spazi dedicati ai ragazzi nelle città. Ricostruire il tessuto di una socialità più sana è un’opera di lunga lena che spesso non fa cronaca. Senza sconti. Ma anche senza allarmismi controproducenti. Ma per farlo bisogna saper guardare oltre la cortina fumogena dellamovida semper infelix.

Di cosa parliamo quando parliamo di alcol-dipendenza?

La moderazione per non fare la fine dell’Australia…

È facile incontrare in un articolo o su un sito la parola ‘alcol-dipendenza’ come condizione acclarata di abuso reiterato di alcol con compromissione della salute psichica e fisica del paziente. Una condizione attribuita a una molteplicità di manifestazioni e comportamenti spesso gettata lì come condizione normale per chi beve troppo. E utilizzata con disinvoltura anche per caratterizzare episodi di consumo eccedentario, specie in ambito giovanile, che però non sono espressivi dell’alcol-dipendenza. Le cose insomma non sono mai semplici. Un articolo recente del Guardian (https://www.theguardian.com/commentisfree/2021/nov/21/am-i-an-alcoholic-the-blurred-line-between-a-daily-drink-and-a-drinking-problem), riporta una storia clinica raccontata dallo psichiatra australiano Xavier Mulenga centrata su una diagnosi di alcol-dipendenza di una giovane donna trentacinquenne che si è rivolta al medico su istanza del fidanzato convinto, (lui non lei) che la donna abbia un problema con l’alcol. Si apprende così che lei consuma abitualmente fino ad una bottiglia di vino al giorno. La donna accetta di essere consigliata solo su insistenza del partner, ma non manifesta alcun sospetto che il suo bere sia dichiaratamente problematico. L’accurata anamnesi del dott. Mulenga evidenzia però segni inconfondibili di degrado precoce come buchi di memoria, irritabilità, difficoltà a gestire le relazioni sociali e crescente mancanza di concentrazione sul lavoro oltre ad una precoce alterazione del fegato. La storia non ha un lieto fine. La paziente del dottor Mulenga non ha riconosciuto l’urgenza del suo problema e sappiamo solo che ha cominciato a disertare gli appuntamenti di counselling.

Tutto ciò ci ricorda che l’individuazione precisa del profilo di un bevitore problematico non dipende né dalla percezione soggettiva né dal rimprovero sociale che spesso contraddistingue una persona in difficoltà nella gestione di sostanze. Per molti l’itinerario che va dal comportamento “normale” a quello “problematico”, soprattutto per abitudini socialmente accettate come il bere, è intriso di ambiguità e false certezze, ma anche di isolamento e mancanza di empatia. Riconoscere precocemente il bere disordinato si può con test validati e affidati ai medici di primo contatto, come l’AUDIT. Da qui, come argomenta bene Mulenga, prendono le mosse percorsi di accompagnamento alla riduzione o cessazione del bere. Essere aiutati a guardare dentro se stessi è sempre l’inizio di un punto di svolta. Con la consapevolezza arriva anche l’apprendimento: gestire il bere o rinunciarvi sono punti di approdo che dovrebbero essere alla portata di tutti, giovanissimi, adulti e persone in età avanzata. L’Australia di cui ci parla l’articolo del Guardian sembra irrimediabilmente funestata da un’epidemia di dipendenza alcolica. L’Italia che noi conosciamo no. Se si vuole evitare che il modello del bere mediterraneo si corroda e slitti verso un consumo incontrollato serve certo il rafforzamento delle strutture di presa in carico precoce dell’alcol-dipendenza, ma non si trascuri il valore educativo del contesto familiare e del consumo moderato. Qualcuno non lo vuole vedere. Ma esiste.