Pensieri da bere dell’Osservatorio Permanente sui Giovani e l’Alcool

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La pillola del giorno prima per la sbornia del giorno dopo

Si possono evitare le conseguenze di un drink di troppo?

Una nuova pillola “miracolosa” (non a caso chiamata Myrkl, che si pronuncia “miracle”), in commercio nel Regno Unito, promette di limitare gli effetti avversi dovuti al consumo eccessivo di alcol: vale a dire, il dopo-sbornia. Si tratta di un integratore alimentare che va assunto da 1 a 12 ore prima di bere e promette di ridurre fino al 70% la quantità di alcol assorbita dall’organismo, che si riflette in una riduzione sia degli effetti a breve termine, come l’euforia, sia del malessere che compare il giorno dopo.

Se lo è domandato anche Tim Dowling, giornalista del Guardian, che si è lanciato in una prova sul campo, durata 4 giorni, della quale fornisce ai suoi lettori un divertente resoconto (https://www.theguardian.com/society/2022/jul/13/can-taking-pill-stop-you-getting-hangover#_=_). Il test, che ha visto il giornalista impegnarsi forse con eccessivo zelo, consumando quasi ogni sera una bottiglia di vino e una di birra, fa emergere considerazioni interessanti. Innanzitutto, dal momento che il dopo-sbornia è una condizione così difficile da definire e da misurare, è complicato valutare l’efficacia di una pillola che si propone di eliminarlo. Il secondo punto è che Myrkl necessita di una certa “premeditazione”: bisogna sapere con un certo anticipo che si ha in programma di consumare dell’alcol, cosa che sicuramente non avviene nel 100% delle occasioni. Un’altra considerazione si può fare anche sullo studio clinico (pubblicato su Nutrition and Metabolic Insights) fatto per testare il nuovo integratore: seppure ben progettato, ha coinvolto solo 24 partecipanti, con età media di 25 anni quindi molto giovani.

Ma l’aspetto più interessante, come ricordato anche da Tim Dowling, è: a chi è indirizzato l’integratore Myrkl? Se pensate che sia rivolto soprattutto a chi ha in programma una serata all’insegna dell’eccesso, vi sbagliate. I   produttori dicono esplicitamente che la pillola è per i bevitori moderati e che non è in alcun modo progettata per bere oltre le linee guida. L’impressione è quella di un grosso controsenso. I bevitori moderati non sperimentano di solito gli effetti della sbornia. Quindi perché mai una persona che consuma un bicchiere di vino o di birra ogni tanto dovrebbe prendersi il disturbo di comprare un prodotto del quale non ha bisogno e di assumerlo regolarmente? Non si tratterà semplicemente di pubblicità cautelativa volta ad evitare polemiche? La moderazione la si educa con l’esempio e la persuasione, non la si addomestica con una pillola…

IL PLAYBOOK DELLE NEFANDEZZE

Quando il fronte della salute pubblica sposa opzioni politiche illiberali

Leggo su The Lancet Global Health un editoriale [1], firmato da un gruppo di lavoro dell’Università di Melbourne d’intesa con OMS Ginevra e la scuola di salute pubblica dell’Università del Nevada, tutto dedicato alla formulazione di consigli tattici con cui i difensori dell’interesse pubblico dovrebbero efficacemente contrastare i portatori di interessi anti-salute. L’elenco di questi è lungo e vario: industrie del tabacco, dell’alcol, del gioco d’azzardo, industria farmaceutica, industria alimentare (limitatamente ai cibi processati e ad alto tenore di zucchero e sale), industria degli armamenti e delle armi da fuoco, automotive, reti sociali e settori tecnologici, petrolio e gas, industria chimica. L’accusa è quella di “promuovere e proteggere interessi commerciali, frequentemente a scapito della salute pubblica, dell’ambiente e della democrazia”. Si argomenta che se i governi non contrastano questi soggetti non solo danneggerebbero la salute pubblica ma anche la “sostenibilità, i diritti umani e la democrazia”. La tesi è chiara: l’azione pubblica, sia nel legislativo sia nell’esecutivo, deve allontanare da sé ogni possibile udienza accordata a portatori di interessi settoriali, a prescindere dalla legittimità dell’azione economica e di impresa. E di conseguenza gli attori istituzionali devono: (i) istituire norme draconiane sul conflitto di interessi a tutti i livelli; (ii) finanziare generosamente l’azione pubblica e statale riducendo privatizzazioni e concessioni di vantaggi al settore privato e alle grandi corporation con politiche fiscali severe; (iii) fare fronte comune con le organizzazioni della società civile e del terzo settore.

Intendiamoci: è doveroso che lo spazio pubblico sia regolato da procedure rigorose di regimentazione dell’influenza delle organizzazioni economiche, limitando pratiche occulte o non trasparenti e definendo un quadro operativo ispirato ad una logica di tutela dell’interesse pubblico. Altro è però costituire l’interesse pubblico come strutturalmente ostile e penalizzate di ogni tipo di attività economico-commerciale. Il programma di rilancio della salute pubblica promosso dagli autori è invece ispirato esattamente da questo obiettivo.

È necessario contrastare con forza e convinzione queste opinioni cui Lancet dà un’udienza esagerata.  In primo luogo denunciando l’assimilazione acritica e francamente inaccettabile di ogni forma di legittimo interesse economico con fattori di destabilizzazione sociale, politica o ambientale. L’industria dei farmaci e quella alimentare, ma anche le bevande alcoliche, messe allo stesso livello dell’industria degli armamenti è un controsenso. Poi bisogna intendersi sulla nozione di “Corporate playbook”. Per gli accademici che hanno scritto il viewpoint la nozione di salute pubblica coincide platealmente con il perimetro dell’azione statale finanziata con la tassazione e la cui governance è dettata dai canoni rigidi dell’esclusione dell’interesse legittimo e dell’interpretazione restrittiva di ogni forma di conflitto di interessi. Gli autori dell’articolo non sono sfiorati minimamente dall’idea che anche il settore pubblico è in parte organizzato come sistema di interessi in competizione fra loro (un esempio? I fondi e i programmi per la ricerca…). Inoltre l’appello retorico alle forze della società civile come naturali alleati del compito di tutela della salute è maldestramente indirizzato a senso unico, a favore di organizzazioni con agende proibizioniste e anti-sistema, quando non apertamente illiberali.  Gli autori pretendono di connotare come pre-politica e indipendente una posizione militante orientata da una precisa visione del rapporto tra salute, società e politica. L’articolo difende una concezione ingenua dell’interesse pubblico che viene fatto coincidere con politiche di riequilibrio fondamentalmente basate sull’arretramento della voce dell’impresa nella società e la costituzione di una più forte e intransigente voce dello stato nell’organizzazione della vita collettiva. Un ottimo programma elettorale, ma appunto, una piattaforma politica di parte che richiederebbe, magari, una competizione elettorale e un voto di maggioranza.

Il problema dell’asimmetria tra interessi settoriali e tutela delle fasce deboli della collettività è naturalmente una questione seria nel disegno di regole eque ed efficaci dell’azione di governo.  Ma la sua soluzione richiede un concorso complesso di valutazioni e di procedure che non possono che chiamare in causa le competenze e anche gli interessi delle parti. Incidentalmente le democrazie si chiamano così perché si delibera consultando tutti i cittadini e investendo della responsabilità di governo maggioranze programmatiche. E la politica si chiama così perché la ‘polis’ è di tutti e tutti possono contribuire a disegnarne il destino senza esclusioni preliminari.  Una politica di riduzione delle diseguaglianze che si propone di aggredire programmaticamente le imprese e di sciogliere le contraddizioni del mercato con politiche di controllo unilaterali e restrittive non è governance illuminata; è un programma travestito da agenda indipendente per promuovere obiettivi di parte in modo illiberale.


[1]     Lacy-Nichols, JL, Marten, R, Crosbie, E, Moodie, R (2022) “The Public Health Playbook, ideas for challenging the corporate playbook”, in: The Lancet Global Health 2022

GDS 2022: DROGHE & TRIBÙ MUSICALI

Musica e stili alimentari del consumatore di sostanze della porta accanto

Sono lontani i tempi in cui potevamo associare la droga ai musicisti “maledetti” del panorama rock e jazz e alla loro fine ingloriosa. Oggi il consumo di sostanze è molto più trasversale e collega profili anche molto diversi tra loro, a prescindere dal lavoro svolto, dall’età, da quello che mangiamo o dalla musica che ascoltiamo. Se non sorprenderà che musica classica e “bravi ragazzi” vadano ancora a braccetto (gli appassionati di questo genere presentano le percentuali più basse in assoluto per l’uso di droghe), forse stupirà sapere che la stessa cosa vale per i fan del rock e del metal non meno che del pop e del jazz: anche per loro le percentuali sono estremamente basse.
È questo l’interessante cambio di paradigma che arriva dal Global Drug Survey 2022 (GDS), che quest’anno, alla sua decima edizione, si occupa poco o nulla di alcol ed esplora invece il tema dell’uso di sostanze mettendole in relazione agli stili di vita, ai gusti musicali e alle abitudini alimentari. I dati sono stati raccolti tra 2014 e 2020, su un campione di ben 592.000 persone appartenenti a più di una ventina di paesi, tra cui l’Italia (la percentuale più alta proviene dalla Germania).
Restiamo in tema musicale: la cannabis risulta trasversale a tutte le tipologie, con un picco nella musica reggae, mentre è chi ascolta la musica techno e EDM (electronic dance music, che comprende una gamma di generi musicali che vanno per la maggiore in discoteche, rave e festival) che consuma più droghe: MDMA (ecstasy), cocaina e anfetamine soprattutto. Anche la frequenza con cui si esce la sera in giro per locali ha la sua importanza: i 246.000 “clubbers” intervistati dimostrano che c’è una forte correlazione tra quanto spesso si esce e l’uso di sostanze nell’ultimo anno, in particolare se si parla di MDMA e cocaina.
È interessante guardare la questione anche attraverso la lente delle abitudini alimentari. Qui, ad esempio emergono, forse sorprendentemente, i vegani: rispetto agli altri gruppi, hanno le percentuali più elevate nel consumo di droghe (escludendo tabacco e alcol), nonostante siano spesso indicati come i più “salutisti”. Forse perché l’essere vegano risulta spesso associato ad altri comportamenti, stili di vita e convinzioni personali. Un chiaro esempio del fatto che l’uso di droghe non è mai separato e slegato nella vita delle persone: spesso la preferenza di una sostanza rispetto a un’altra deriva dal modo in cui vediamo noi stessi, dall’immagine di noi che vogliamo dare, e la disponibilità al cambiamento arriva quando questa scelta non è più in linea con certe attese.
Ciò avviene soprattutto tra i 16 e i 24 anni, cioè quell’età in cui ha un ruolo importante la sperimentazione e in cui l’immagine che si ha di sé stessi è ancora fluida, cangiante, non cristallizzata. Fanno eccezione solo la cocaina, che raggiunge il picco tra i 25 e i 34 anni (probabilmente a causa del costo più elevato), e l’eroina, che invece vede un consumo molto basso ma stabile anche ad età maggiori. Dopo i 25 anni le percentuali calano verticalmente, un fattore che forse sarebbe da tenere in considerazione durante l’elaborazione delle policy: secondo gli autori del GDS, cercare di ritardare il più possibile il primo utilizzo ed evitare la criminalizzazione dovrebbero andare di pari passo non con leggi più severe, ma con politiche volte a proteggere e ad assicurare la salute delle persone soprattutto in quel momento della vita in cui è più frequente il consumo di sostanze, per permettergli di proseguire poi la propria vita in sicurezza.

Alcol e socialità, la riscoperta dell’acqua calda

David Nutt sui benefici sociali del bere e sul valore della moderazione

David Nutt è un noto esperto inglese in addiction che molti anni fa aveva fatto rumore affermando che la droga più letale del mondo era l’alcol. La classica tesi ad effetto che collega ciò che è più diffuso a ciò che più fa male e illudendosi che le droghe meno diffuse o illegali (come cannabis o cocaina) siano tutto sommato un problema relativo. È la linea di argomentazione spesso seguita da coloro che perseguono l’obiettivo di legalizzare la marijuana. Comunque le si prendano, affermazioni del genere provocano solo dubbie battaglie retoriche sulla contabilità del rischio e difficilmente contribuiscono a migliorare il profilo di conoscenza e di azione sul danno da dipendenza. Nutt, ora alla guida del think tank indipendente Drug Science, è ritornato recentemente all’attenzione grazie ad un’intervista rilasciata a Areni Global (un sito specializzato nella promozione del valore culturale del vino) in cui riprova a fare il punto.

Senza troppi giri di parole e citando in filigrana la più recente letteratura scientifica sull’impatto del vino e salute, Nutt distilla tre auree conclusioni: 1) l’alcol è comunque tossico e non si può mai dire che fa bene; 2) il vino a basse dosi e ai pasti potenzia al massimo un effetto protettivo cardio-vascolare; 3) il vino è un lubrificante sociale i cui benefici sulla vita umana non possono essere misconosciuti.

Affermazioni sul filo del rasoio per uno studioso formatosi nell’epidemiologia mainstream. Nutt corregge parzialmente il tiro dicendo che: sì, insomma, l’alcol fa male, però a certe condizioni… Se ai pasti comunque fa meno male… E poi i benefici sociali… Insomma non si può mica vivere di soli diktat sanitari!

Neanche una parola sul valore sociale delle altre bevande alcoliche che qualsiasi elementare sociologia del consumo ha da decenni messo in evidenza. Silenzio assoluto anche sul fallimento del modello inglese di contrasto all’abuso basato sulla lotta frontale a consumo responsabile e pubblicità. Senza contare la strizzatina d’occhio ai benestanti, capaci di stili di vita controllati e migliore prevenzione e protezione sanitaria. Dopotutto per loro il vino può andare, tanto se lo possono permettere visti i prezzi medi inglesi. E se si fanno male, si fanno meno male degli altri. Dunque per sdoganare il vino nel tempo del no safe limits basta ricondire le argomentazioni e presentarle in veste nuova.

È tutto così chiaro che si potrebbe perfino dire: condivisibile. Peccato che non si abbia il coraggio di ricordare che è invece nei paesi mediterranei che il valore culturale della moderazione è stato determinante nel modellare la socialità che adesso Nutt riscopre. E che proprio dalla comprensione dell’ambiguità del bere può nascere l’attitudine moderata, che unisce i benefici sociali con l’attenzione ai rischi. Comunque meglio tardi che mai.

La moderazione non è un’opinione

Il voto dell’Europarlamento dà un segnale sulla questione alcol e cancro

La doverosa azione europea di lotta al cancro ha trovato nella sessione di voto dell’Europarlamento di questa settimana una punto di sintesi nel testo BECA (Beating Cancer), frutto del lavoro biennale di una commissione parlamentare guidata dall’oncologa ed europarlamentare francese Veronique Trillet-Lenoir. Sia durante i lavori in Commissione sia durante il dibattito in aula dello scorso 15 febbraio, una parte rilevante della dialettica politica si è focalizzata sui due paragrafi (15 e 16) che riguardano le bevande alcoliche.

L’associazione tra il bere in eccesso e il rischio dei tumori non è nuova. Le autorità di salute pubblica enfatizzano la portata di nuove ricerche che associano il rischio zero per il cancro al non consumo. Tale indicazione va però bilanciata con i benefici del consumo a dosi moderate per la salute cardiovascolare, specie se collegata alla dieta mediterranea e ad uno stile di vita salutare. E anche ad un rapporto con le bevande alcoliche adulto e maturo, che sa distinguere tra il valore anche sociale della convivialità, che in ultima analisi è cultura della moderazione e saper vivere, cosa ben diversa dalle scorciatoie abusanti di certi stili di consumo non alimentari e ispirati all’eccesso.

In tal senso i parlamentari di Strasburgo hanno licenziato un testo finale (con 652 voti a favore 15 contrari e 27 astensioni), che reintroduce la distinzione tra uso e abuso di bevande alcoliche e sostituisce le etichette allarmistiche del tipo “l’alcol causa il cancro”, con un’informazione più equilibrata sui rischi, ammonendo il consumatore ad attenersi ad un uso responsabile e ad un consumo moderato. Significativo il contributo degli Europarlamentari italiani, trasversale agli schieramenti politici.

È stata inoltre approvata nel testo finale la possibilità per i produttori di alcolici di sponsorizzare lo sport, fatta salva la riserva per eventi prevalentemente dedicati ai minori. Un modo per non privare di risorse spesso essenziali lo sport giovanile, le discipline meno praticate e il sostegno agli investimenti in impianti sportivi di piccole comunità locali. Il testo non ha valore di legge e non impone vincoli, ma condiziona il futuro della strategia europea contro il cancro e le politiche degli stati membri.

Al di là delle prese di posizione di questa o quella categoria, il segnale che viene da Strasburgo è importante. Nel voto è salvaguardata la centralità del diritto all’informazione quando si tratta delle scelte di salute dei consumatori, senza però criminalizzare preventivamente le bevande alcoliche con azioni di prevenzione che assimilano ogni tipo di rischio al danno. I parlamentari europei hanno dimostrato nei fatti, contro chi la nega, che la pratica della moderazione esiste ed è diffusa.

10 D(r)owning Street

Il partygate e il dito puntato sull’alcol

Il cosiddetto partygate sta mettendo sotto scacco il primo ministro inglese Johnson ed esponendo il Gabinetto ad una invasiva e delicata inchiesta parlamentare. Cosa ha da dire la diffusione della notizia che nel momento più duro della pandemia e del confinamento, funzionari pubblici di alto livello violassero le regole sanitarie e si assembrassero nei giardini di Downing Street n.10 in modo inappropriato e indulgendo in orario di lavoro a festeggiamenti a base di alcol?

Al momento (31 gennaio 2022) l’inchiesta ha messo in luce che gli eventi del 2020 che vedono coinvolti membri dello staff di Downing Street e in parte lo stesso premier sono sotto la soglia di violazione della legge penale. E pertanto non ipotizzano reati, in particolare a carico di Johnson. Ma il report della Commissione Gray censura severamente atteggiamenti giudicati come errori di leadership e di valutazione (failure of leadership and judgement).

I fatti mettono in luce un aspetto culturale noto: l’autoindulgenza del mondo britannico a usare l’alcol come facilitatore dei rapporti interpersonali nelle situazioni di stress, oltre la soglia di autocontrollo. Certo a Downing Street non ci fanno una bella figura.  Sul solito Guardian, una ex dipendente del Gabinetto, Sonia Kahn, ha documentato lo scorso 16 gennaio le ragioni che portano funzionari stressati da turni faticosi (https://www.theguardian.com/uk-news/2022/jan/16/from-prosecco-tuesdays-to-thank-you-tipples-no-10-has-a-serious-drink-problem) a contrastare lo stress con il mezzo più diretto a disposizione: la pausa drink in orario di lavoro.

Ma la cosa che suscita scalpore non è tutto sommato il cattivo esempio della amministrazione e l’ombra di doppia morale sulla classe politica inglese. Colpisce la cornice narrativa della notizia. L’allusività dell’ipotesi accusatoria include l’alcol come elemento non accidentale della violazione: non solo si agiva in beffa alle regole anti-Covid ma si faceva festa con le bevande alcoliche. L’alcol dunque come aggravante, un’aggravante che occulta l’eventuale reato: non solo si assembravano quando milioni di britannici erano confinati, ma si divertivano bevendo… È evidente la strategia di spostamento dal fatto obiettivo al contesto allusivo. Gli anonimi funzionari colti in flagrante devono rispondere della bottiglia non della violazione delle norme anti-Covid. Come dire: che ci dobbiamo aspettare da gente che beve sul luogo di lavoro se non comportamenti scorretti?

Se l’onorabilità della funzione pubblica si deve misurare sulla scala del vizio e della virtù e se la credibilità della politica dipende dal conformarsi al decalogo della convenienza sanitaria sul bere, ho l’impressione che il recupero di stima di politici e funzionari sia obiettivo fuori portata. Chi sbaglia deve essere messo di fronte alle sue responsabilità.  Ma la collettività e l’opinione pubblica devono chiedere ragione di reati, non di peccati.

La movida semper infelix della cronaca

Il Longform del 23 dicembre sul sito di Repubblica (Teneri alcolisti a cura di Carlo Bonini con un contributo di Massimo Ammaniti e belle foto di Riccardo de Luca: https://www.repubblica.it/cronaca/2021/12/23/news/teneri_alcolisti_abuso_di_alcol_e_droghe_tra_i_giovani_cause_ed_effetti_delle_dipendenze-331120325/) recupera dalle notti delle movide italiane immagini, storie di eccesso e rischio dalla viva voce dei giovani protagonisti. E li fanno commentare da esperti e testimoni oculari. Con il corredo di dati, anche interessanti benché non nuovi, sui comportamenti di eccesso alcolico e di droghe illegali.

La carrellata di testimonianze e foto è giornalisticamente efficace: voci in presa diretta, flash montati con tecnica cinematografica dai pronto soccorsi e dai laboratori degli esperti, infografiche ricche. Eppure qualcosa non torna. La rappresentazione angosciata del mondo giovanile come vittima di una macchina trita-cervelli che impone mode, profitti illeciti e comportamenti irresponsabili sulla pelle dei ragazzi scorpora dal complesso della realtà solo una parte, certo rilevante, ma non unica. Descrivere un capitolo della vita delle nostre città a partire da un problema reale è certo necessario. Proiettare il racconto del divertimento giovanile sullo sfondo gotico di una città impazzita e senza regole è altra cosa. La movida sembra non riesca a produrre discorsi che non siano polarizzati e contrapposti. 

Proprio perché la posta in gioco è alta sarebbe utile ricordare a noi stessi (nessuno escluso) che la soggettività dei ragazzi si esprime anche nel tempo libero e nel divertimento e come tale non va criminalizzata. E va ricordato che gli eccessi non sono maggioritari (per una ricognizione di atteggiamenti e comportamenti sulle movide romane e milanesi si vedano gli approfondimenti dell’Osservatorio Permanente Giovani e Alcool sul sito www.alcol.net). Stiamo parlando degli stessi giovani che hanno dato un esempio sui vaccini e che, in condizioni difficili, hanno tenuto duro in casa e a scuola nel tunnel della pandemia.

È urgente denunciare le derive irresponsabili ed illegali. Ma è anche necessario investire di più nei percorsi di valorizzazione di spazi dedicati ai ragazzi nelle città. Ricostruire il tessuto di una socialità più sana è un’opera di lunga lena che spesso non fa cronaca. Senza sconti. Ma anche senza allarmismi controproducenti. Ma per farlo bisogna saper guardare oltre la cortina fumogena dellamovida semper infelix.

Di cosa parliamo quando parliamo di alcol-dipendenza?

La moderazione per non fare la fine dell’Australia…

È facile incontrare in un articolo o su un sito la parola ‘alcol-dipendenza’ come condizione acclarata di abuso reiterato di alcol con compromissione della salute psichica e fisica del paziente. Una condizione attribuita a una molteplicità di manifestazioni e comportamenti spesso gettata lì come condizione normale per chi beve troppo. E utilizzata con disinvoltura anche per caratterizzare episodi di consumo eccedentario, specie in ambito giovanile, che però non sono espressivi dell’alcol-dipendenza. Le cose insomma non sono mai semplici. Un articolo recente del Guardian (https://www.theguardian.com/commentisfree/2021/nov/21/am-i-an-alcoholic-the-blurred-line-between-a-daily-drink-and-a-drinking-problem), riporta una storia clinica raccontata dallo psichiatra australiano Xavier Mulenga centrata su una diagnosi di alcol-dipendenza di una giovane donna trentacinquenne che si è rivolta al medico su istanza del fidanzato convinto, (lui non lei) che la donna abbia un problema con l’alcol. Si apprende così che lei consuma abitualmente fino ad una bottiglia di vino al giorno. La donna accetta di essere consigliata solo su insistenza del partner, ma non manifesta alcun sospetto che il suo bere sia dichiaratamente problematico. L’accurata anamnesi del dott. Mulenga evidenzia però segni inconfondibili di degrado precoce come buchi di memoria, irritabilità, difficoltà a gestire le relazioni sociali e crescente mancanza di concentrazione sul lavoro oltre ad una precoce alterazione del fegato. La storia non ha un lieto fine. La paziente del dottor Mulenga non ha riconosciuto l’urgenza del suo problema e sappiamo solo che ha cominciato a disertare gli appuntamenti di counselling.

Tutto ciò ci ricorda che l’individuazione precisa del profilo di un bevitore problematico non dipende né dalla percezione soggettiva né dal rimprovero sociale che spesso contraddistingue una persona in difficoltà nella gestione di sostanze. Per molti l’itinerario che va dal comportamento “normale” a quello “problematico”, soprattutto per abitudini socialmente accettate come il bere, è intriso di ambiguità e false certezze, ma anche di isolamento e mancanza di empatia. Riconoscere precocemente il bere disordinato si può con test validati e affidati ai medici di primo contatto, come l’AUDIT. Da qui, come argomenta bene Mulenga, prendono le mosse percorsi di accompagnamento alla riduzione o cessazione del bere. Essere aiutati a guardare dentro se stessi è sempre l’inizio di un punto di svolta. Con la consapevolezza arriva anche l’apprendimento: gestire il bere o rinunciarvi sono punti di approdo che dovrebbero essere alla portata di tutti, giovanissimi, adulti e persone in età avanzata. L’Australia di cui ci parla l’articolo del Guardian sembra irrimediabilmente funestata da un’epidemia di dipendenza alcolica. L’Italia che noi conosciamo no. Se si vuole evitare che il modello del bere mediterraneo si corroda e slitti verso un consumo incontrollato serve certo il rafforzamento delle strutture di presa in carico precoce dell’alcol-dipendenza, ma non si trascuri il valore educativo del contesto familiare e del consumo moderato. Qualcuno non lo vuole vedere. Ma esiste.

“ERRATA CORRIGE” DELL’OMS SU DONNE E ALCOL

Non si possono mettere sullo stesso piano i consumi “in età fertile” con quelli in gravidanza

E così tutte le donne “in età fertile”, non solo quelle in gravidanza o attivamente impegnate a diventarlo, dovrebbero astenersi dal bere alcol. È quanto si evinceva dalla prima bozza del Global Alcohol Action Plan dell’OMS per il periodo 2022-2030, rilasciata a giugno scorso (poi prontamente modificata). Apriti cielo. L’accusa di sessismo e paternalismo si è abbattuta da più parti sulla World Health Organization. A cominciare dalle pagine del The Guardian, dove Barbara Ellen ha pubblicato un articolo che non risparmia certo le critiche, come si intuisce già dal titolo: “It’s not our health that concerns you, guys. It’s women having fun” (https://www.theguardian.com/commentisfree/2021/jun/19/its-not-our-health-that-concerns-you-guys-its-women-having-fun). La giornalista ci va giù duro, additando l’accostamento improprio tra il bere femminile e la colpevolizzazione verso una futura gravidanza. E non si può dire che abbia tutti i torti, per lo meno su alcuni aspetti.

Ad esempio, che cosa dice il testo sulla responsabilità dei futuri papà? Nulla. È scientificamente provato che anche i comportamenti maschili legati all’alcol incidono sulla salute del feto, eppure l’OMS sorvola completamente sulla questione. È perciò inevitabile che il messaggio implicito suoni più o meno così: la responsabilità verso la salute dei figli, ricadendo interamente sulle spalle delle donne, presuppone che queste non possano avere la stessa autonomia degli uomini nelle scelte riguardanti il proprio corpo. Insomma, l’impressione che se ne ricava è che all’OMS ritengano che l’essere una donna in età fertile equivalga all’essere una donna che, prima o poi, diventerà sicuramente madre, come se questa non fosse una scelta ma un destino biologico.

Invitare le donne ad evitare del tutto gli alcolici sulla base della possibilità che possano decidere di avere figli, però, sposta il problema e rischia di far perdere di vista il messaggio di salute realmente importante. Il consumo di alcol in gravidanza, infatti, o nel momento in cui si sta cercando attivamente di diventare genitori, comporta un grosso e acclarato rischio per il bambino che nascerà, e di questo è importante che le donne siano consapevoli. Su questo aspetto il pezzo al vetriolo di Barbara Ellen, come altri scritti sull’onda dello stesso “sentimento”, sembra sorvolare del tutto. Ma non possiamo chiudere gli occhi sul semplice dato di fatto che la gravidanza sia una questione soprattutto “femminile”: nel caso si volesse percorrere questa strada, la libertà sta anche nel fare scelte informate.

Lo scopo del documento presentato dall’OMS era naturalmente quello di mettere in guardia le donne sui rischi e indirizzare le politiche volte a regolare il consumo di alcol – come infatti i portavoce si sono affrettati ad affermare a fronte della valanga di polemiche – e non vietare tout court gli alcolici alle donne in età fertile (il cui riferimento è stato eliminato nelle bozze successive). In tal caso, però, viene da chiedersi se la stesura del testo in questione non avrebbe potuto essere fatta con un po’ meno goffaggine. La comunicazione, specialmente in ambiti come quello della salute, è fondamentale e ha impatti importanti, come abbiamo tutti imparato dall’avvento dell’era Covid. Sbagliare la comunicazione di un messaggio in modo così clamoroso è altrettanto grave del comunicare un messaggio sbagliato.

COVID-washing nella comunicazione commerciale?

Se la salute pubblica si affida ad articoli faziosi…

Lo studio dell’influenza delle imprese che operano nel settore dell’alimentazione e delle bevande alcoliche è un filone di ricerca piuttosto sviluppato nei paesi di lingua inglese. Parte dal presupposto che l’azione pubblica e scientifica di promozione della salute deve subire l’ostilità degli interessi di tipo economico la cui forza contrattuale porrebbe veti all’azione sanitaria. Non è un tema secondario: la relazione tra interessi privati e obiettivi pubblici è per sua natura dialettica. E richiede al legislatore e ai governi un esercizio serio di mediazione.  Tuttavia una parte del mondo scientifico e delle agenzie di advocacy ad esso legato ha già emesso sentenze definitive: la comunicazione commerciale è sempre antiscientifica.

È quanto si ricava dalla lettura di “The Nature and Extent of Online Marketing by Big Food and Big Alcohol During the COVID-19 Pandemic in Australia: Content Analysis Study”, pubblicato su JMIR Public Health and Surveillance (https://publichealth.jmir.org/2021/3/e25202/). Lo studio esamina con tecniche non ben specificate di analisi del contenuto i messaggi social (Faceboook, Twitter, Instagram e YouTube) dei principali soggetti industriali (produzione e commercializzazione) e brand attivi sul mercato australiano tra febbraio e maggio 2020.  Secondo lo studio le imprese alimentari e dell’alcol avrebbero utilizzato i canali social per azioni di CSR (Corporate Social Responsibility) e marketing basate su tecniche di “COVID-washing”, vale a dire uso di un linguaggio manipolatorio all’insegna della solidarietà e responsabilità d’impresa nella pandemia finalizzato in realtà ad incrementare i fatturati.

I risultati evidenziano che tra i temi maggiormente menzionati dai produttori di bevande alcoliche vi sono le attività da svolgere durante l’isolamento, seguiti da sostegno alla comunità, vendite ed eventi, home delivery e asporto, assenza di contatto e igiene. I brand hanno anche utilizzato il tema consenso al personale sanitario e ai lavoratori essenziali (applauding health staff and essential workers).  Tutto ciò porterebbe a concludere che “la comunicazione e la CSR aumentano un apprezzamento positivo verso l’alcol e i cibi spazzatura e ne legittima il consumo… creando un ambiente favorevole all’abbattimento di regole per l’industria in quanto quest’ultima è vista come ‘parte della soluzione del problema”.

Lo studio tralascia completamente di discutere ragioni e pratiche della comunicazione del tutto consuete da parte delle imprese in un momento assolutamente eccezionale nel rapporto con i consumatori. Com’è ovvio in situazioni di emergenza, le aziende devono costruire reti di relazione e di mantenimento anche a distanza del rapporto con altri membri della filiera e con i consumatori finali. A fronte di perdite economiche severe e di interruzioni essenziali nella logistica produttiva e distributiva, le strategie comunicative del settore food&beverage sono in primo luogo funzionali ad assicurare la resilienza della filiera in vista delle prossime riaperture. Considerare questi comportamenti alla stregua di COVID-washing significa non distinguere tra strategie offensive di marketing e strategie difensive di sopravvivenza.

In totale assenza di evidenze originali associate al fenomeno in esame, l’articolo criminalizza la comunicazione delle imprese senza che l’analisi del contenuto proposta apporti alcuna inferenza significativa a sostegno della sua tesi. Una esemplificazione delle modalità con cui una parte del fronte della salute pubblica tratta con sufficienza spinta fino alla malafede il ruolo della comunicazione d’impresa in tutti i contesti in cui si parla di salute.