L’intemperante

Pensieri da bere dell’Osservatorio Permanente sui Giovani e l’Alcool

Conosci tu il paese dove si beve meno birra?

“Kennst du daß Land…”, “Conosci tu la terra dove fioriscono i limoni…” Così 250 anni fa Goethe alludeva al Sud, a quell’Italia di colori e profumi di agrumi che i viaggiatori dal nord delle Alpi sognavano come un’arcadia sublime e lontana. E dove la birra del nord cedeva il posto al vino…

Un interessante contributo su Politico.eu dedicato al settore birrario in Germania (https://www.politico.eu/article/germany-beer-trouble-coronavirus/) scorre i dati impietosi di riduzione del mercato durante la pandemia. Le chiusure di ristoranti, birrerie e Biergarten hanno ridimensionato le vendite con una caduta del 5,5% in volume nel 2020 rispetto all’anno precedente e un record negativo sugli ultimi trent’anni con il prodotto assestato a 8,7 miliardi di litri. E a seguire chiusure (si parla di 1500 locali che non riapriranno). Non stupisce che per il secondo anno consecutivo il rito birrario per antonomasia, l’Oktoberfest a Monaco, sia stato cancellato. Per i produttori la compensazione dovuta all’aumento delle vendite nel canale distributivo moderno non compensa le perdite del canale fuori casa. Nulla di sorprendente. E di non specificamente tedesco: un po’ ovunque, Italia compresa, le vendite di birra escono con forti segni meno dal drammatico 2020. È invece meno noto che il trend della discesa della birra in Germania preesiste al Covid: dal 1997 ad oggi la riduzione è stata del 22% pari a circa 2,5 miliardi di litri in meno. Il paese della birra (in proporzione Austria e Repubblica Ceca ne consumano di più), vede una transizione storica nei consumi. Essa si spiega con l’invecchiamento della popolazione (che comporta una fisiologica riduzione del consumo) e lo scarto nei gusti dei giovani che associano la bevanda tradizionale alle generazioni passate e ad un’immagine meno attenta agli aspetti della salute e della sostenibilità, qualità molto apprezzate dai consumatori di oggi.

Il settore se ne è accorto. Oltre all’importanza delle birre artigianali, luogo dell’innovazione e di sperimentazione di nuovi sentori e stili, le imprese brassicole stanno provando a risalire la china investendo in modo mirato. Il rilancio infatti passa anche da una nuova relazione con il consumatore. In questa logica anche i canali on line e le forme, sperimentate in pandemia, di home delivery, costituiscono un frammento del puzzle di rinascita del comparto. E non, come reclamato da più parti, una scorciatoia per recuperare quote di consumo nelle fasce a rischio. E crescono nuove gamme di prodotto nelle quali aumenta la quota di bevande analcoliche o a basso tenore di alcol. Un’occasione di riprendere il filo di un dialogo con la clientela in cui anche il valore della moderazione e del consumo responsabile sia parte di quel new normal cui tutti aspiriamo.

FRAGILE, una lezione di resilienza

“FRAGILE” è una semplicissima e al tempo stesso magnifica installazione artistica, cresciuta come un fungo sulla spianata anonima e grigia di una stazione della Metro B di Roma.

Sul parallelepipedo in cemento di una struttura di servizio alcune studentesse dei licei di Roma est con l’aiuto dell’artista Rub Kandy, hanno creato una scritta dipinta su un pannello fratturato a zig-zag.

Volti l’angolo e trovi la silhouette di un bicchiere. Fragile, bicchiere. Nient’altro.

FRAGILE è un modo davvero originale di immedesimarsi in (e di comunicare all’esterno) tutto il non detto che gira intorno al nesso giovani e alcol. Un non detto che nel silenzio ancora più cupo di questi tempi pandemici, rimbalza nelle tante crisi individuali, nella frustrazione dello stare in casa e dell’andare a scuola a singhiozzo, nell’interruzione dei rapporti tra pari. La fragilità evocata dall’installazione urbana (Roma è oggi un punto focale delle manifestazioni di street art, e meno male!) cosi bene espressa nel volume con la scritta e nel bicchiere, allude senza barriere alle storie di chi ancora adolescente è già dentro o rischia di entrare in una zona pericolosa di contatto con l’alcol e il bere. Non nega, non sorvola, non giudica, non allarma; ma indica un problema. Non servono adulti o insegnanti illuminati con programmi pronti e lezioni di esperti. FRAGILE parla con un linguaggio diretto frutto di un processo espressivo, che nasce da un triplice bisogno: conoscere, creare, comunicare.

La resilienza, anche rispetto al tema dell’alcol, emerge dove ha senso che venga fuori: nella contraddizione tra aspirazione alla libertà e sentieri comportamentali che della libertà hanno la forma superficiale ma non la sostanza. Le autrici di FRAGILE, forse proprio perché ragazze, hanno saputo dare un surplus di interpretazione efficace a questa contraddizione. E hanno colto nel segno. Davvero una lezione di maturità e consapevolezza.

TIPSY QUEEN

Ho letto qualche settimana fa sul Guardian una riflessione, per così dire “leggera” di Hannah Jane Parkinson, una giornalista di costume. Si domanda cos’è che spinge molti all’attesa verso il momento in cui potrà avvicinare alle labbra un bicchiere e degustare un drink. La Parkinson propende per quella sensazione di euforia iniziale che libera, per complessa via biochimica, un rilassamento generale, una sensazione di facilitazione e alchimia positiva che scatta, specie in compagnia.

Parkinson non ci vende illusioni a buon mercato. Da vari indizi nell’articolo riconosciamo che le è ben noto il finale sgradevole, quando il primo drink non è che un pallido ricordo offuscato dai troppi venuti dopo. E dall’amara constatazione che troppe volte l’invito a bere con moderazione cade nel vuoto (https://www.theguardian.com/lifeandstyle/2020/nov/13/not-the-time-to-get-blind-drunk-but-tipsy-yes-please).

Parkinson è inglese. Con tutto il portato che una certa cultura del bere d’oltremanica significa. Eppure nelle sue parole non si può non ritrovare quella scintilla di verità che innesca il momento conviviale e rilassato di tanti incontri che, guarda caso, non esitano nel degrado.  “Tipsy” in inglese vuol dire qualcosa come “brillo e su di giri” quel tanto che basta, senza sconfinare. Goderlo e assaporarlo è questione di saggezza e, piaccia o no, di una saggezza che si può imparare. Non so se esiste il bere moderato ma conosco bene la moderazione di chi beve. In tempi in cui la nuova usanza del dry January (“gennaio sobrio”) arruola coorti che vogliono espiare gli eccessi, il mio pensiero grato va a tutti i tipsy drinkers di questo mondo. E non sono pochi.

BEATI GLI ASTEMI…

perché di essi…

Ha fatto il giro del web (cioè il giro del mondo) la clip del parroco piacentino che nell’omelia della Messa di Natale ha vigorosamente rimproverato gli astemi. Nel Regno dei cieli, pare, non ci sarebbe posto per loro. Non conosco il prete né so se il taglio dell’omelia fosse ispirato o, al contrario, mediocre. L’inserto disponibile su Internet non aiuta più di tanto. So invece che la diffusione dei pochi secondi riferiti alla battuta hanno scatenato controrepliche e scandalo, al solito canalizzati in rete.

Tra il vino e la tradizione biblica i legami si sa sono piuttosto stretti. L’Antico Testamento utilizza spesso l’immagine della vigna a simbolizzare l’Israele antico la cui cura da parte di Jahvè assicura la benevolenza di Dio verso il suo popolo; la vite (ed il vino) simbolizzano invece la letizia associata alla riconoscenza di Israele verso Dio. Nei Vangeli il discorso ritorna, in modo eminente nell’episodio delle nozze di Cana (Gv. 2, 1-11), addirittura con il “vino buono” eletto a  simbolo della missione salvifica di Gesù. Per non dire dell’ultima cena.

Se il sacerdote in questione abbia saputo trarre da questo patrimonio un sermone utile per i suoi parrocchiani non saprei dire. Detto questo, sconsiglio vivamente di utilizzare citazioni bibliche a sostegno delle polemiche, serie o meno, sulle possibili posizioni su alcol e salute. Fin qui siamo all’aneddotica.

Cambia invece il tono a fronte della notizia, di due giorni fa, del ricovero dell’ecclesiastico: polmonite bilaterale da COVID-19 (https://video.corriere.it/cronaca/omelia-scherzosa-prete-diventa-virale-gli-astemi-non-vanno-paradiso/24ceac2c-4769-11eb-be4b-d2afc176960b). Apriti cielo! L’associazione con il discorso sugli astemi ha portato a galla commenti, spesso travestiti da anodina predica scientifica, in cui dopo tutto si allude al fatto che il prete se l’è cercata: a tanto condurrebbe il peccato del bere! Dubito che l’accesso al Regno con la R maiuscola dipenderà seriamente dallo status bevitore/astemio, come in un questionario di ricerca sul bere. Ho meno dubbi sul fatto che l’accesso sarà difficile a chi, pensando male del prossimo, lo ha già condannato su questa terra.

Alcol: +200% in pandemia? C’è da dubitarne

I dati ed i commenti fortemente allarmanti che emergono dall’articolo di M. Calandri, ripreso con forte evidenza sul sito odierno (18 dicembre) di Repubblica (https://www.repubblica.it/cronaca/2020/12/18/news/un_milione_di_ragazzi_a_rischio_alcolismo_colpa_del_lockdown_-278810613/) ritagliano un’immagine non convincente dei consumi giovanili di bevande alcoliche durante il lockdown. Giustamente ricercatori di tutto il mondo stanno testando un’ipotesi plausibile: che ansia e stress da confinamento mettano a dura prova individui anche giovani e che alcuni cerchino un’automedicazione  nell’alcol.

Ma questo avviene solo in parte. Le indagini nazionali ed internazionali che cominciano ad uscire evidenziano che i giovani, in particolare nella fasce di età più bassa, hanno diminuito occasioni di consumo e Binge Drinking perché legati alle uscite fuori casa sospese durante il confinamento.

La stima di un aumento del 200% dei consumi è inoltre azzardata. È vero che i dati di vendita hanno mostrato da subito un aumento dei volumi. Meno ovvio dedurre da questo dato una sicura indicazione di aumento dei consumi (e a cascata sulla dipendenza precoce).

Un recentissimo articolo su Alcohol and Alcoholism a firma Peter Anderson (ricercatore inglese insospettabile di cedimento verso le ragioni commerciali) dimostra con un’analisi raffinata che i consumi delle famiglie britanniche misurati sugli acquisti in eccesso durante il lockdown (+41%) non compensano i mancati acquisti delle stesse nel canale fuori casa, con un saldo finale sui consumi pari a un trascurabile 0,7%.

E la crescita a 3 cifre dei canali on line? Da un lato essa compensa la chiusura del canale fuori casa. Non si tratta però di una scelta generalizzata e quindi non rimbalza con la stessa grandezza sui consumi reali. È non è comunque tipica dei giovani.

Suggerire che la fase attuale sia un momento espansivo dell’industria delle bevande alcoliche è del tutto fuorviante. Aumenti congiunturali dei volumi vanno letti accanto ai contestuali segni meno dal lato dei margini. E sui contraccolpi, ben presenti anche in Italia, sull’occupazione di settore. Collegare i problemi (reali) dell’alcol-dipendenza ad una congiunzione maligna tra mercato e lockdown è un cortocircuito che non  aiuta la soluzione del problema.

IL WHISKY MASCHIO SENZA RISCHIO

Nessuna nostalgia, ma quanta ironia….

Gigi Proietti è stato un talento puro. Nella doverosa ricapitolazione della sua carriera, siti e giornali hanno rimandato a iosa spezzoni e gag. Tra queste gira una clip da Febbre da cavallo, il film di Steno del 1976, in cui Proietti/Mandrake vestito da pizzardone gira un improbabile spot pubblicitario di promozione di una (notissima) marca di whisky. L’avrete senz’altro rivista, ma se l’avete persa guardatela, merita (qui il link: https://video.repubblica.it/spettacoli-e-cultura/gigi-proietti-e-il-whisky-maschio-lo-spot-cult-di-febbre-da-cavallo/370295/370902?ref=RHTP-BH-I272741028-P3-S4-F).

La scena è un’antologia di riferimenti scorretti: l’automobilista indisciplinato senza patente, l’allusione al bere e guidare con bella mostra della bottiglia dal finestrino, il vigile dalla faccia cattiva ma al fondo accomodante; e, a fare da cornice sullo sfondo, il vizio del gioco d’azzardo, qui le scommesse ippiche, che tengono insieme storia e personaggi con la forza d’attrazione magnetica dell’illusione della vincita e di una vita che “svolta”.

Su tutto giganteggiano le capacità affabulatorie di Proietti in una sequenza vertiginosa di scioglilingua sull’allitterazione in “schio” (vischio-fischio-rischio-fiasco-raschio-maschio…). L’Italia di allora poteva ancora permettersi di mettere in ridicolo miserie e diseguaglianze: la salute vista come un terno al lotto, il riscatto affidato alla fortuna e all’imbroglio, e la morale consolatoria del “chi ha dato ha dato chi ha avuto ha avuto”. Eppure, senza indulgere alla nostalgia, non si può fare a meno di rimpiangere la sottile e intelligente ironia di un genio della comicità come Proietti. Siamo seri: se oggi siamo più consapevoli, più informati, più sani, però sicuramente ridiamo di meno.

COVID-19 E MOVIDE

Puntare il dito va sempre di moda

Fatalmente ovunque la riapertura e l’estate hanno rimesso in circolo le persone, sia pure con il viatico della prudenza e del distanziamento. Fatalmente una parte dei nuovi contagi si è messa in moto anche nella socialità delle movide. Era prevedibile. D’altra parte, con l’economia a terra e il turismo e il commercio a rischio estinzione (rischio per inciso tutt’ora attualissimo), la chiusura prolungata sarebbe stata come rinunciare a priori alla ripartenza. I riflettori sono puntati sui giovani, perché la ripresa dei contagi è coincisa con un abbassamento dell’età.

Complice un bisogno insano di stigmatizzazione, si sono scatenati i servizi sulle malamovide, l’allarme dei ragazzi senza mascherina, i selfie con i bicchieri… La nuova empietà in tempo di Covid ha il volto della movida. Non solo in Italia. In Gran Bretagna il governo si è affrettato a limitare gli incontri tra amici a non più di sei. Nei giorni scorsi il Portogallo ha deciso di limitare le adunate a dieci unità.

Intendiamoci: sulla movida si può certo fare di più e meglio. Ad esempio, investire in sicurezza delle città e dei quartieri indirizzando la socialità giovanile verso un uso del tempo libero riqualificato. Il divertimento dipende da chi lo pratica (i giovani) ma anche dall’offerta di alternative (e qui la politica ha colpe antiche). Lo psicologo sociale britannico Stephen Reicher (https://twitter.com/ReicherStephen) in un pezzo ragguardevole sul Guardian (https://www.theguardian.com/commentisfree/2020/sep/09/scapegoating-young-people-britain-coronavirus-rates?CMP=share_btn_tw), ci ricorda che i più giovani sono i soggetti con la maggior mobilità e spostamento, principalmente per ragioni di studio e lavoro e non di rado per servizi ai propri famigliari. Sono i primi a tornare in campo perché spesso sono i soli che lo possono fare, con gli anziani a casa e i genitori doppiamente impegnati con il lavoro agile e la gestione domestica. È doveroso aspettarsi che anche i ragazzi facciano la loro parte, ma il divertimento non è la sola e forse nemmeno la prima causa di contagio.

Il dito puntato a senso unico forse fa guadagnare un bonus morale ma difficilmente migliora i comportamenti.

ON LINE, OFF LINE, BEYOND THE LINE…

Vendite IN RETE e home delivery durante il lockdown

Complice la segregazione in casa e la chiusura dei locali, la pandemia ha in ultima analisi favorito o contrastato il consumo di bevande alcoliche? La domanda è doverosa. Nel gigantesco esperimento sociale involontario innescato dall’emergenza sanitaria è utile approfondire le dinamiche comportamentali che possono essere stata influenzate dalla condizioni inedite in cui le persone si sono trovate. L’alcol non fa eccezione. Autorevoli commentatori hanno già posto il problema ed è in atto un’indagine che ci dirà di più.

In tale frangente, colpisce leggere nelle conclusioni del rapporto ISTISAN 2020/7 (Epidemiologia e monitoraggio alcol-correlato in Italia e nelle Regioni) che rianalizza e integra la sorveglianza annuale sui consumi di alcol in Italia affidata alla indagine Multiscopo dell’ISTAT, la seguente affermazione: “…un’abitudine che ha fatto registrare un aumento significativo è stato sicuramente il consumo di bevande alcoliche che, pur nella drastica riduzione legata alla chiusura di bar, ristoranti e riti della movida alcolica e dello sballo, ha fatto registrare nei canali di vendita online e di home delivery incrementi percentuali a tre cifre in tutto il mondo (+180-250%), assicurando sin dall’inizio della pandemia un accaparramento di quantità ovviamente inusuali di alcolici acquistati nella grande distribuzione, ma anche e soprattutto di grandi quantità consegnate direttamente nelle case degli italiani, incrementando verosimilmente l’esposizione a consumi dannosi e rischiosi di alcol…” (p. 62).

Al di là delle molte percentuali che girano con range molto ampi, proprio le indagini di settore che combinando dati sulle merceologie e sui canali di acquisto, dicono che la home delivery di bottiglie di vino (più 100% con incrementi della frequenza di acquisto del 10% su alcune piattaforme) non va sopravvalutata. Per qualità, dimensioni di acquisto e prezzo (quest’ultimo piuttosto selettivo) tocca categorie minoritarie e nicchie di consumatori. Inoltre questi canali sono per lo più appannaggio di una clientela urbana, sperimentale e assuefatta all’acquisto in rete. Certo la moda c’è stata e anche il passaparola. Tuttavia non si può affermare che l’on line sia l’origine di una deriva pan-alcolica incontrollata e inedita.  Vedere una transizione allarmante dal fuori casa all’aperitivo intra moenia il segnale di una impennata dell’abuso (ah, incidentalmente le vendite di alcolici nel fuori casa sono crollate e certo non compensate dall’aumento contenuto delle vendite in GDO…) non è inferenza autorizzata dai fatti.

E poi in regime di chiusura di pub, ristoranti e locali vari siamo stati nella perfetta attuazione della politica dei best buys dell’OMS. Dobbiamo concludere che l’OMS aveva torto?

DOPPIO STANDARD ALLA CANADESE

Il ruolo degli ex bevitori nel calcolo del rischio dei bevitori moderati

Il lavoro fresco di stampa su Journal of Studies on Alcohol and Drugs vol. 81 con Adam Sherk primo firmatario (https://www.jsad.com/doi/full/10.15288/jsad.2020.81.352), mostra che gli esiti di danno alcol correlati (mortalità + malattie) della popolazione della British Columbia sarebbero maggiori nella sottopopolazione che somma gli ex bevitori, gli astemi e coloro che bevono entro i limiti delle raccomandazioni a basso rischio, rispetto alla quota dei bevitori eccedentari (oltre le raccomandazioni). Soprattutto l’incidenza dei tumori associati al bere sarebbe maggioritaria nei moderati rispetto agli eccedentari (51% contro 49%). E anche il numero degli ospedalizzati sembra dipendere soprattutto da chi beve a dosi a basso rischio (27% del totale). Insomma una conferma di uno dei tanti paradossi della prevenzione: in questo caso il danno complessivo dipende più da chi beve “meglio” che non da chi beve peggio.

Il lavoro, serio e documentato, stupisce per un aspetto. I ricercatori hanno calcolato il danno includendo ex bevitori nel gruppo degli astemi (con cessazione del bere da un anno o più). Tra loro l’incidenza delle patologie è particolarmente alta. Sommarli a quelli moderati finisce per penalizzare le curve di esito, tutte a svantaggio delle basse dosi. Come dire: il danno totale è concentrato tra i bevitori più “virtuosi”. L’articolo suggerisce perciò una revisione al ribasso delle linee guida canadesi (un bicchiere al dì per maschi e femmine e tutti contenti…).

Qualcosa non torna. Gli astemi ex bevitori per molto tempo sono stati visti con sospetto dalle analisi epidemiologiche. Quando si studia il rischio cardiovascolare la loro inclusione determina una protezione per coloro che bevono poco (la famosa curva a J che indica come gli astemi siano a maggior rischio dei moderati). Proprio a causa della loro vulnerabilità, si sosteneva, non dovrebbero essere inclusi nelle analisi di rischio perché fonte di bias. La ricerca canadese però li somma ai moderati con l’effetto di peggiorarne rischio e danno correlato. Delle due l’una: o li consideriamo sempre oppure mai. Utilizzarli a senso unico per aggravare la curva di rischio delle bassi dose non si comprende. O forse si comprende troppo bene: inasprire la metrica per inasprire il rischio.  Un modello di salute pubblica dirigista e unilaterale che mira ad estirpare il valore della moderazione e a separare salute e rischio dai modelli di consumo che fanno la differenza tra il bere bene e male.

Il danno trascurato

Non solo aperitivi online durante la quarantena

Al di là delle cifre sui consumi e i comportamenti delle persone durante la quarantena, una riflessione critica e documentata su come il blocco possa avere influito è senz’altro necessaria. È presto per una valutazione adeguata delle quantità consumate e dell’eventuale crescita del bere (le indagini epidemiologiche sono ancora in corso). Ha senso invece chiedersi quali sono i determinanti di un ricorso all’alcol (come ad altre sostanze) quale risposta alla particolare condizione indotta da isolamento e angoscia.

Uno stimolo può venire dalla comparazione con altre pandemie o eventi descritti dalla sociologia dell’emergenza. Come argomentato da J. Rehm e colleghi (Alcohol Use in the time of Covid-19: implications for monitoring and policy, scaricabile a: https://onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1111/dar.13074), due esiti sono probabili: il primo consiste in una reazione immediata di polarizzazione delle energie fronte all’emergenza: in questo caso i consumi si riducono o si interrompono. Oppure si assorbe lo shock usando l’alcol come mezzo per contrastare l’angoscia. Le restrizioni di accesso, il venir meno del lavoro e la preoccupazione per il futuro possono essere fattori deterrenti del consumo, da un lato, mentre in alcuni il ritorno a condizioni “normali” può comportare un aumento anche marcato dei consumi con un meccanismo di adattamento e risposta allo stress (per esempio per molti sanitari reduci dalla “prima linea” della lotta al virus).

Questi effetti di breve e lungo periodo possono essere variamente influenzati dalle norme vigenti in materia di accesso/disponibilità delle bevande alcoliche. Ad esempio, una minore mobilità vedrà una riduzione dell’incidentalità stradale alcol correlata. I più vulnerabili invece rischiano di subire due danni: da eccessi durante il lockdown e da una impossibilità di ricorso all’aiuto professionale   (si vedano al riguardo le considerazioni dello psichiatra Giancarlo Cerveri su Corriere online del 10 giugno: https://www.corriere.it/salute/neuroscienze/20_giugno_09/dopo-quarantena-effetti-solitudine-boom-dipendenze-9b13dfa8-92db-11ea-88e1-10b8fb89502c.shtml) e i documenti di Federserd sull’approccio e le misure di gestione straordinaria dei pazienti con problemi di dipendenza nelle varie fasi dell’emergenza Covid-19. In attesa degli approfondimenti è giusto ricordare che il danno da alcol impatta in primo luogo come problema sanitario e sociale per i più vulnerabili ed esposti, e non dipende da un’irresponsabile movida on line favorita dalle circostanze eccezionali. Lo dobbiamo a chi ha sofferto di più e ai professionisti che in questo tempo difficile se ne sono presi cura.