L’intemperante

Pensieri da bere dell’Osservatorio Permanente sui Giovani e l’Alcool

IL WHISKY MASCHIO SENZA RISCHIO

Nessuna nostalgia, ma quanta ironia….

Gigi Proietti è stato un talento puro. Nella doverosa ricapitolazione della sua carriera, siti e giornali hanno rimandato a iosa spezzoni e gag. Tra queste gira una clip da Febbre da cavallo, il film di Steno del 1976, in cui Proietti/Mandrake vestito da pizzardone gira un improbabile spot pubblicitario di promozione di una (notissima) marca di whisky. L’avrete senz’altro rivista, ma se l’avete persa guardatela, merita (qui il link: https://video.repubblica.it/spettacoli-e-cultura/gigi-proietti-e-il-whisky-maschio-lo-spot-cult-di-febbre-da-cavallo/370295/370902?ref=RHTP-BH-I272741028-P3-S4-F).

La scena è un’antologia di riferimenti scorretti: l’automobilista indisciplinato senza patente, l’allusione al bere e guidare con bella mostra della bottiglia dal finestrino, il vigile dalla faccia cattiva ma al fondo accomodante; e, a fare da cornice sullo sfondo, il vizio del gioco d’azzardo, qui le scommesse ippiche, che tengono insieme storia e personaggi con la forza d’attrazione magnetica dell’illusione della vincita e di una vita che “svolta”.

Su tutto giganteggiano le capacità affabulatorie di Proietti in una sequenza vertiginosa di scioglilingua sull’allitterazione in “schio” (vischio-fischio-rischio-fiasco-raschio-maschio…). L’Italia di allora poteva ancora permettersi di mettere in ridicolo miserie e diseguaglianze: la salute vista come un terno al lotto, il riscatto affidato alla fortuna e all’imbroglio, e la morale consolatoria del “chi ha dato ha dato chi ha avuto ha avuto”. Eppure, senza indulgere alla nostalgia, non si può fare a meno di rimpiangere la sottile e intelligente ironia di un genio della comicità come Proietti. Siamo seri: se oggi siamo più consapevoli, più informati, più sani, però sicuramente ridiamo di meno.

COVID-19 E MOVIDE

Puntare il dito va sempre di moda

Fatalmente ovunque la riapertura e l’estate hanno rimesso in circolo le persone, sia pure con il viatico della prudenza e del distanziamento. Fatalmente una parte dei nuovi contagi si è messa in moto anche nella socialità delle movide. Era prevedibile. D’altra parte, con l’economia a terra e il turismo e il commercio a rischio estinzione (rischio per inciso tutt’ora attualissimo), la chiusura prolungata sarebbe stata come rinunciare a priori alla ripartenza. I riflettori sono puntati sui giovani, perché la ripresa dei contagi è coincisa con un abbassamento dell’età.

Complice un bisogno insano di stigmatizzazione, si sono scatenati i servizi sulle malamovide, l’allarme dei ragazzi senza mascherina, i selfie con i bicchieri… La nuova empietà in tempo di Covid ha il volto della movida. Non solo in Italia. In Gran Bretagna il governo si è affrettato a limitare gli incontri tra amici a non più di sei. Nei giorni scorsi il Portogallo ha deciso di limitare le adunate a dieci unità.

Intendiamoci: sulla movida si può certo fare di più e meglio. Ad esempio, investire in sicurezza delle città e dei quartieri indirizzando la socialità giovanile verso un uso del tempo libero riqualificato. Il divertimento dipende da chi lo pratica (i giovani) ma anche dall’offerta di alternative (e qui la politica ha colpe antiche). Lo psicologo sociale britannico Stephen Reicher (https://twitter.com/ReicherStephen) in un pezzo ragguardevole sul Guardian (https://www.theguardian.com/commentisfree/2020/sep/09/scapegoating-young-people-britain-coronavirus-rates?CMP=share_btn_tw), ci ricorda che i più giovani sono i soggetti con la maggior mobilità e spostamento, principalmente per ragioni di studio e lavoro e non di rado per servizi ai propri famigliari. Sono i primi a tornare in campo perché spesso sono i soli che lo possono fare, con gli anziani a casa e i genitori doppiamente impegnati con il lavoro agile e la gestione domestica. È doveroso aspettarsi che anche i ragazzi facciano la loro parte, ma il divertimento non è la sola e forse nemmeno la prima causa di contagio.

Il dito puntato a senso unico forse fa guadagnare un bonus morale ma difficilmente migliora i comportamenti.

ON LINE, OFF LINE, BEYOND THE LINE…

Vendite IN RETE e home delivery durante il lockdown

Complice la segregazione in casa e la chiusura dei locali, la pandemia ha in ultima analisi favorito o contrastato il consumo di bevande alcoliche? La domanda è doverosa. Nel gigantesco esperimento sociale involontario innescato dall’emergenza sanitaria è utile approfondire le dinamiche comportamentali che possono essere stata influenzate dalla condizioni inedite in cui le persone si sono trovate. L’alcol non fa eccezione. Autorevoli commentatori hanno già posto il problema ed è in atto un’indagine che ci dirà di più.

In tale frangente, colpisce leggere nelle conclusioni del rapporto ISTISAN 2020/7 (Epidemiologia e monitoraggio alcol-correlato in Italia e nelle Regioni) che rianalizza e integra la sorveglianza annuale sui consumi di alcol in Italia affidata alla indagine Multiscopo dell’ISTAT, la seguente affermazione: “…un’abitudine che ha fatto registrare un aumento significativo è stato sicuramente il consumo di bevande alcoliche che, pur nella drastica riduzione legata alla chiusura di bar, ristoranti e riti della movida alcolica e dello sballo, ha fatto registrare nei canali di vendita online e di home delivery incrementi percentuali a tre cifre in tutto il mondo (+180-250%), assicurando sin dall’inizio della pandemia un accaparramento di quantità ovviamente inusuali di alcolici acquistati nella grande distribuzione, ma anche e soprattutto di grandi quantità consegnate direttamente nelle case degli italiani, incrementando verosimilmente l’esposizione a consumi dannosi e rischiosi di alcol…” (p. 62).

Al di là delle molte percentuali che girano con range molto ampi, proprio le indagini di settore che combinando dati sulle merceologie e sui canali di acquisto, dicono che la home delivery di bottiglie di vino (più 100% con incrementi della frequenza di acquisto del 10% su alcune piattaforme) non va sopravvalutata. Per qualità, dimensioni di acquisto e prezzo (quest’ultimo piuttosto selettivo) tocca categorie minoritarie e nicchie di consumatori. Inoltre questi canali sono per lo più appannaggio di una clientela urbana, sperimentale e assuefatta all’acquisto in rete. Certo la moda c’è stata e anche il passaparola. Tuttavia non si può affermare che l’on line sia l’origine di una deriva pan-alcolica incontrollata e inedita.  Vedere una transizione allarmante dal fuori casa all’aperitivo intra moenia il segnale di una impennata dell’abuso (ah, incidentalmente le vendite di alcolici nel fuori casa sono crollate e certo non compensate dall’aumento contenuto delle vendite in GDO…) non è inferenza autorizzata dai fatti.

E poi in regime di chiusura di pub, ristoranti e locali vari siamo stati nella perfetta attuazione della politica dei best buys dell’OMS. Dobbiamo concludere che l’OMS aveva torto?

DOPPIO STANDARD ALLA CANADESE

Il ruolo degli ex bevitori nel calcolo del rischio dei bevitori moderati

Il lavoro fresco di stampa su Journal of Studies on Alcohol and Drugs vol. 81 con Adam Sherk primo firmatario (https://www.jsad.com/doi/full/10.15288/jsad.2020.81.352), mostra che gli esiti di danno alcol correlati (mortalità + malattie) della popolazione della British Columbia sarebbero maggiori nella sottopopolazione che somma gli ex bevitori, gli astemi e coloro che bevono entro i limiti delle raccomandazioni a basso rischio, rispetto alla quota dei bevitori eccedentari (oltre le raccomandazioni). Soprattutto l’incidenza dei tumori associati al bere sarebbe maggioritaria nei moderati rispetto agli eccedentari (51% contro 49%). E anche il numero degli ospedalizzati sembra dipendere soprattutto da chi beve a dosi a basso rischio (27% del totale). Insomma una conferma di uno dei tanti paradossi della prevenzione: in questo caso il danno complessivo dipende più da chi beve “meglio” che non da chi beve peggio.

Il lavoro, serio e documentato, stupisce per un aspetto. I ricercatori hanno calcolato il danno includendo ex bevitori nel gruppo degli astemi (con cessazione del bere da un anno o più). Tra loro l’incidenza delle patologie è particolarmente alta. Sommarli a quelli moderati finisce per penalizzare le curve di esito, tutte a svantaggio delle basse dosi. Come dire: il danno totale è concentrato tra i bevitori più “virtuosi”. L’articolo suggerisce perciò una revisione al ribasso delle linee guida canadesi (un bicchiere al dì per maschi e femmine e tutti contenti…).

Qualcosa non torna. Gli astemi ex bevitori per molto tempo sono stati visti con sospetto dalle analisi epidemiologiche. Quando si studia il rischio cardiovascolare la loro inclusione determina una protezione per coloro che bevono poco (la famosa curva a J che indica come gli astemi siano a maggior rischio dei moderati). Proprio a causa della loro vulnerabilità, si sosteneva, non dovrebbero essere inclusi nelle analisi di rischio perché fonte di bias. La ricerca canadese però li somma ai moderati con l’effetto di peggiorarne rischio e danno correlato. Delle due l’una: o li consideriamo sempre oppure mai. Utilizzarli a senso unico per aggravare la curva di rischio delle bassi dose non si comprende. O forse si comprende troppo bene: inasprire la metrica per inasprire il rischio.  Un modello di salute pubblica dirigista e unilaterale che mira ad estirpare il valore della moderazione e a separare salute e rischio dai modelli di consumo che fanno la differenza tra il bere bene e male.

Il danno trascurato

Non solo aperitivi online durante la quarantena

Al di là delle cifre sui consumi e i comportamenti delle persone durante la quarantena, una riflessione critica e documentata su come il blocco possa avere influito è senz’altro necessaria. È presto per una valutazione adeguata delle quantità consumate e dell’eventuale crescita del bere (le indagini epidemiologiche sono ancora in corso). Ha senso invece chiedersi quali sono i determinanti di un ricorso all’alcol (come ad altre sostanze) quale risposta alla particolare condizione indotta da isolamento e angoscia.

Uno stimolo può venire dalla comparazione con altre pandemie o eventi descritti dalla sociologia dell’emergenza. Come argomentato da J. Rehm e colleghi (Alcohol Use in the time of Covid-19: implications for monitoring and policy, scaricabile a: https://onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1111/dar.13074), due esiti sono probabili: il primo consiste in una reazione immediata di polarizzazione delle energie fronte all’emergenza: in questo caso i consumi si riducono o si interrompono. Oppure si assorbe lo shock usando l’alcol come mezzo per contrastare l’angoscia. Le restrizioni di accesso, il venir meno del lavoro e la preoccupazione per il futuro possono essere fattori deterrenti del consumo, da un lato, mentre in alcuni il ritorno a condizioni “normali” può comportare un aumento anche marcato dei consumi con un meccanismo di adattamento e risposta allo stress (per esempio per molti sanitari reduci dalla “prima linea” della lotta al virus).

Questi effetti di breve e lungo periodo possono essere variamente influenzati dalle norme vigenti in materia di accesso/disponibilità delle bevande alcoliche. Ad esempio, una minore mobilità vedrà una riduzione dell’incidentalità stradale alcol correlata. I più vulnerabili invece rischiano di subire due danni: da eccessi durante il lockdown e da una impossibilità di ricorso all’aiuto professionale   (si vedano al riguardo le considerazioni dello psichiatra Giancarlo Cerveri su Corriere online del 10 giugno: https://www.corriere.it/salute/neuroscienze/20_giugno_09/dopo-quarantena-effetti-solitudine-boom-dipendenze-9b13dfa8-92db-11ea-88e1-10b8fb89502c.shtml) e i documenti di Federserd sull’approccio e le misure di gestione straordinaria dei pazienti con problemi di dipendenza nelle varie fasi dell’emergenza Covid-19. In attesa degli approfondimenti è giusto ricordare che il danno da alcol impatta in primo luogo come problema sanitario e sociale per i più vulnerabili ed esposti, e non dipende da un’irresponsabile movida on line favorita dalle circostanze eccezionali. Lo dobbiamo a chi ha sofferto di più e ai professionisti che in questo tempo difficile se ne sono presi cura.

IL PEGGIO CHE VERRÀ

a margine di coronavirus e alcol

Nel pieno dell’emergenza Covid-19 l’epidemiologia è stata a lungo corteggiata dai media: giustamente. Nella pandemia virale l’epidemiologia delle malattie trasmissibili ha preso il sopravvento su quella della malattie non infettive.

Ma non sono mancate voci allarmate su impennate dei consumi di alcolici, denunciati da più parti (qualche giorno fa se ne sono occupati sul BMJ Finlay e Gilmore: https://www.bmj.com/content/369/bmj.m1987). Durante la quarantena a fronte di una crescita delle vendite nei supermercati del 43%, le bevande alcoliche sarebbero aumentate del 67% (dati UK). E allora? Quasi ovunque in Occidente, nella fase severa del confinamento si sono registrati acquisti in crescita. Gli alcolici sono stati premiati a causa della chiusura generalizzata del canale “fuori casa” (on premise) e dall’incertezza sulla riapertura. Non diversamente dalla pasta e dal cibo in scatola. Certo, una parte dei consumatori ha sostituito i propri consumi abituali ricorrendo all’online. Ma i più sono certamente acquisti indotti dall’effetto “bunker”, ben noto alla sociologia dell’emergenza.

È perciò improprio stabilire una relazione diretta tra acquisti, certamente in aumento, e consumi effettivi dentro le mura domestiche. Non basta il tam tam in rete e i filmati via Telegram o Instagram di aperitivi alcolici e movide condivise in remoto a sbilanciare il quadro verso i consumi in eccesso. I dati italiani sui canali distributivi segnalano chiaramente una crescita di acquisti nel primo periodo (fino a fine marzo) in cui primeggiano i beni di prima necessità, anche se non mancano prodotti di comfort food (dalla creme spalmabili alle bevande alcoliche). E ci sono anche le compere per il periodo pasquale, dopo il quale il mercato rallenta. Il peso cresciuto dell’e-commerce, comprese le vendite di alcolici, si spiega con un effetto di sostituzione di canali temporaneamente chiusi o di difficile accesso. Inoltre, come ha messo in evidenza l’Osservatorio Nomisma sul lockdown, in questo periodo l’orientamento dei consumi privilegia scelte conservative e responsabili; difficilmente la casa è occasione di eccesso (fatta eccezione per le situazioni già a rischio o da tempo compromesse).

Colpisce che, nel momento in cui l’accessibilità all’alcol nella rete di bar e ristoranti è stata bloccata dal confinamento, rendendo di fatto legge la raccomandazione dell’OMS a restrizioni severe di accesso alle bevande alcoliche, l’ala oltranzista della salute pubblica denunci l’impennata dell’abuso. Senza contare il crollo della pubblicità (-29% a marzo, -10% gli alcolici). Non è forse il lockdown la prefigurazione di una società virtuosa con la salute al primo posto? Ma si sa: raffigurare il peggio che verrà paga sempre. E nel dubbio, meglio portarsi avanti.

Alcol e divieti ai tempi del coronavirus

In questa fase di contenimento della pandemia gli spazi domestici sono diventati più stretti ed affollati: noia, nervosismo e privazione dei rapporti sociali “elettivi” possono mettere a dura prova le persone. Non stupisce che l’attrazione per il divieto abbia fatto invocare da più parti, tra le altre cose, uno stop almeno temporaneo alla vendita di bevande alcoliche: una misura preventiva per evitare consumi in eccesso tra quelle mura di casa che ora ci accolgono 24 ore su 24.

Altrove si è già provveduto: in Groenlandia, dove il governo ha vietato la vendita di alcolici per ridurre il rischio di violenze domestiche – che nel Paese sono una gravissima piaga anche in tempi ordinari – la messa al bando ha sicuramente ragioni fondate. Tra l’altro per arginare il sommarsi di una crisi sociale ad una crisi sanitaria in un territorio dove gli interventi di emergenza sono per definizione problematici. Per gli stessi motivi il divieto è stato messo in atto anche nel Sudafrica e, sorprendentemente, presentato e prontamente ritirato a fine marzo dal prefetto dell’Aisne, un dipartimento della Francia settentrionale. Anche in Nuova Zelanda sono state espresse voci favorevoli ad un divieto totale.

E in Italia? Da alcune parti è stato lanciato subito l’allarme, a partire dagli incrementi di acquisti di alcolici nei supermercati e tramite le app di consegna a domicilio (https://www.lanazione.it/firenze/cronaca/emergenza-alcol-1.5081278). Certo, inferire i consumi solo a partire dagli acquisti è un po’ un salto mortale, in particolare in questi tempi di quarantena: la necessità di dover uscire da casa il meno possibile spinge a fare spese meno frequenti ma più abbondanti. Eppure questo non vuol dire che tutto ciò che si compra venga poi effettivamente consumato nel breve periodo.

La “scorta” di alcolici riflette una scelta che nella maggior parte dei casi si giustifica con la concentrazione degli acquisti da parte delle famiglie (più pezzi per prodotto) in una situazione di rarefazione delle uscite, unito a qualche timore di esaurimento dei prodotti sugli scaffali. Sono fenomeni conosciuti e ricorrenti in emergenza che dipendono da una reazione psicologica che scatta come timore di perdita di normalità (cosa c’è di più certo della possibilità di entrare nel supermercato ad acquistare ciò che serve?).

Certo, il timore che ci si rivolga all’alcol per alleviare un po’ la tensione e la noia di questi giorni non si può escludere. Tempi lunghi di attesa di ritorno ad una qualche normalità, il venir meno delle norme di disciplinamento sociale che scandiscono la vita di lavoro e di studio, l’interazione continua con i social media, sono tutti fattori potenzialmente ansiogeni.

È sicuro che alcuni tra i più vulnerabili siano esposti all’abuso (qualcosa del genere si segnala in questi giorni per i pazienti di ludopatia, bruscamente indotti in astinenza dalla chiusura dei locali e dirottati massivamente sul gioco on-line: https://www.repubblica.it/cronaca/2020/04/06/news/il_coronavirus_spegne_slot_e_videolotterie_e_allarme_per_i_malati_d_azzardo-253244051/?ref=RHPPLF-BH-I0-C8-P11-S1.8-T1).

Tuttavia forse dovremmo aspettare di avere in mano qualche dato reale. Al di là dell’alcol, gli esperti ricordano che in tempi di pandemia e confinamento forzato c’è un problema in più per le persone con un profilo di vulnerabilità alle dipendenze. Un’emergenza strisciante che passa in secondo piano rispetto alla malattie trasmissibili: a questo proposito FeDerSerD (Federazione Italiana degli Operatori dei Dipartimenti e dei servizi delle Dipendenze) ha scritto una lettera al Governo richiedendo una doverosa attenzione per un settore che, se trascurato, inciderà sicuramente e negativamente nel contrastare la diffusione della COVID-19 (http://www.federserd.it/files/novita/Documento_FEDERSERD_COVID19_al_GOVERNO.pdf). Forse dovremmo ricordarci di queste persone anche in tempi ordinari.