Ha fatto scalpore la notizia della decisione del Qatar di vietare la vendita di alcolici dentro e attorno agli otto stadi dei mondiali di calcio 2022, togliendo ai tifosi il piacere di una birra durante la partita. Alla fine hanno prevalso le pressioni dell’Emirato, che hanno “gelato” Fifa e spettatori (inclusa la Budweiser, sponsor dei mondiali di calcio, forte di un contributo di 75 milioni di dollari). Si possono bere alcolici solo nelle zone riservate, dalle 18,30 all’una del mattino, e non certo a buon mercato: una birra media costa 13 euro. A fronte di reazioni come quella del commissario tecnico della Svezia Janne Anderson: “Come puoi guardare la finale di una Coppa del Mondo senza bere birra? Per me è una scelta del tutto incomprensibile”, le agenzie di salute pubblica, che da tempo hanno nel mirino l’approccio alle sponsorizzazioni della Fifa, hanno timidamente approvato le restrizioni.

La piccola nazione del Golfo si è aggiudicata il diritto di ospitare la Coppa del Mondo nel lontano 2010, in modo non trasparente che ha portato all’azzeramento della dirigenza calcistica mondiale dell’epoca. A distanza di 15 anni, scopriamo che il Qatar (come moltissimi altri paesi al mondo) non è una democrazia e ha un serio problema con i diritti umani. E ci stupiamo delle restrizioni sull’alcol. Come se fosse una novità che nei paesi islamici l’alcol, benché disponibile, sia strettamente controllato: ai visitatori che lo desiderano è permesso acquistare birra e altre bevande alcoliche solo nei bar degli hotel di lusso, e a caro prezzo. 

E d’altronde non è sicuramente una sorpresa l’ipocrisia con cui si passa sopra un po’ tutto in nome di altri vantaggi: a partire dagli almeno 6.500 lavoratori che si stima siano morti nei cantieri degli stadi, fino al diritto di poter esprimere liberamente la propria opinione, che è stato negato anche ai calciatori. Ipocrisia che si palesa appieno nelle aree “hospitality” degli stadi: la zona franca per Vip dove, dietro pagamento di un biglietto che va dai 950 ai 34.300 dollari, è possibile sorseggiare liberamente champagne, vino e liquori. Con buona pace degli spettatori “comuni”.

La lettera che la Fifa ha inviato a tutte le squadre partecipanti dice: “Per favore, ora concentriamoci sul calcio”. Ma sembra proprio che ormai i Mondiali siano diventati qualcosa di molto lontano da un evento sportivo e che la governance del calcio si arrampichi sugli specchi per tenere insieme il tutto senza rinunciare a niente. Per dirla tutta, si sono salvati in corner.

Suona ironico difendere la libertà dei tifosi di bere allo stadio, quando la lista dei diritti violati è tanto lunga. Si tratta piuttosto di ricordare che i divieti assoluti che vogliono limitare le libertà altrui, che sia in nome di motivi culturali e religiosi o di quelli votati alla causa della salute pubblica, provocano sempre molti altri danni, forse anche maggiori.