Quando il fronte della salute pubblica sposa opzioni politiche illiberali

Leggo su The Lancet Global Health un editoriale [1], firmato da un gruppo di lavoro dell’Università di Melbourne d’intesa con OMS Ginevra e la scuola di salute pubblica dell’Università del Nevada, tutto dedicato alla formulazione di consigli tattici con cui i difensori dell’interesse pubblico dovrebbero efficacemente contrastare i portatori di interessi anti-salute. L’elenco di questi è lungo e vario: industrie del tabacco, dell’alcol, del gioco d’azzardo, industria farmaceutica, industria alimentare (limitatamente ai cibi processati e ad alto tenore di zucchero e sale), industria degli armamenti e delle armi da fuoco, automotive, reti sociali e settori tecnologici, petrolio e gas, industria chimica. L’accusa è quella di “promuovere e proteggere interessi commerciali, frequentemente a scapito della salute pubblica, dell’ambiente e della democrazia”. Si argomenta che se i governi non contrastano questi soggetti non solo danneggerebbero la salute pubblica ma anche la “sostenibilità, i diritti umani e la democrazia”. La tesi è chiara: l’azione pubblica, sia nel legislativo sia nell’esecutivo, deve allontanare da sé ogni possibile udienza accordata a portatori di interessi settoriali, a prescindere dalla legittimità dell’azione economica e di impresa. E di conseguenza gli attori istituzionali devono: (i) istituire norme draconiane sul conflitto di interessi a tutti i livelli; (ii) finanziare generosamente l’azione pubblica e statale riducendo privatizzazioni e concessioni di vantaggi al settore privato e alle grandi corporation con politiche fiscali severe; (iii) fare fronte comune con le organizzazioni della società civile e del terzo settore.

Intendiamoci: è doveroso che lo spazio pubblico sia regolato da procedure rigorose di regimentazione dell’influenza delle organizzazioni economiche, limitando pratiche occulte o non trasparenti e definendo un quadro operativo ispirato ad una logica di tutela dell’interesse pubblico. Altro è però costituire l’interesse pubblico come strutturalmente ostile e penalizzate di ogni tipo di attività economico-commerciale. Il programma di rilancio della salute pubblica promosso dagli autori è invece ispirato esattamente da questo obiettivo.

È necessario contrastare con forza e convinzione queste opinioni cui Lancet dà un’udienza esagerata.  In primo luogo denunciando l’assimilazione acritica e francamente inaccettabile di ogni forma di legittimo interesse economico con fattori di destabilizzazione sociale, politica o ambientale. L’industria dei farmaci e quella alimentare, ma anche le bevande alcoliche, messe allo stesso livello dell’industria degli armamenti è un controsenso. Poi bisogna intendersi sulla nozione di “Corporate playbook”. Per gli accademici che hanno scritto il viewpoint la nozione di salute pubblica coincide platealmente con il perimetro dell’azione statale finanziata con la tassazione e la cui governance è dettata dai canoni rigidi dell’esclusione dell’interesse legittimo e dell’interpretazione restrittiva di ogni forma di conflitto di interessi. Gli autori dell’articolo non sono sfiorati minimamente dall’idea che anche il settore pubblico è in parte organizzato come sistema di interessi in competizione fra loro (un esempio? I fondi e i programmi per la ricerca…). Inoltre l’appello retorico alle forze della società civile come naturali alleati del compito di tutela della salute è maldestramente indirizzato a senso unico, a favore di organizzazioni con agende proibizioniste e anti-sistema, quando non apertamente illiberali.  Gli autori pretendono di connotare come pre-politica e indipendente una posizione militante orientata da una precisa visione del rapporto tra salute, società e politica. L’articolo difende una concezione ingenua dell’interesse pubblico che viene fatto coincidere con politiche di riequilibrio fondamentalmente basate sull’arretramento della voce dell’impresa nella società e la costituzione di una più forte e intransigente voce dello stato nell’organizzazione della vita collettiva. Un ottimo programma elettorale, ma appunto, una piattaforma politica di parte che richiederebbe, magari, una competizione elettorale e un voto di maggioranza.

Il problema dell’asimmetria tra interessi settoriali e tutela delle fasce deboli della collettività è naturalmente una questione seria nel disegno di regole eque ed efficaci dell’azione di governo.  Ma la sua soluzione richiede un concorso complesso di valutazioni e di procedure che non possono che chiamare in causa le competenze e anche gli interessi delle parti. Incidentalmente le democrazie si chiamano così perché si delibera consultando tutti i cittadini e investendo della responsabilità di governo maggioranze programmatiche. E la politica si chiama così perché la ‘polis’ è di tutti e tutti possono contribuire a disegnarne il destino senza esclusioni preliminari.  Una politica di riduzione delle diseguaglianze che si propone di aggredire programmaticamente le imprese e di sciogliere le contraddizioni del mercato con politiche di controllo unilaterali e restrittive non è governance illuminata; è un programma travestito da agenda indipendente per promuovere obiettivi di parte in modo illiberale.


[1]     Lacy-Nichols, JL, Marten, R, Crosbie, E, Moodie, R (2022) “The Public Health Playbook, ideas for challenging the corporate playbook”, in: The Lancet Global Health 2022