David Nutt sui benefici sociali del bere e sul valore della moderazione

David Nutt è un noto esperto inglese in addiction che molti anni fa aveva fatto rumore affermando che la droga più letale del mondo era l’alcol. La classica tesi ad effetto che collega ciò che è più diffuso a ciò che più fa male e illudendosi che le droghe meno diffuse o illegali (come cannabis o cocaina) siano tutto sommato un problema relativo. È la linea di argomentazione spesso seguita da coloro che perseguono l’obiettivo di legalizzare la marijuana. Comunque le si prendano, affermazioni del genere provocano solo dubbie battaglie retoriche sulla contabilità del rischio e difficilmente contribuiscono a migliorare il profilo di conoscenza e di azione sul danno da dipendenza. Nutt, ora alla guida del think tank indipendente Drug Science, è ritornato recentemente all’attenzione grazie ad un’intervista rilasciata a Areni Global (un sito specializzato nella promozione del valore culturale del vino) in cui riprova a fare il punto.

Senza troppi giri di parole e citando in filigrana la più recente letteratura scientifica sull’impatto del vino e salute, Nutt distilla tre auree conclusioni: 1) l’alcol è comunque tossico e non si può mai dire che fa bene; 2) il vino a basse dosi e ai pasti potenzia al massimo un effetto protettivo cardio-vascolare; 3) il vino è un lubrificante sociale i cui benefici sulla vita umana non possono essere misconosciuti.

Affermazioni sul filo del rasoio per uno studioso formatosi nell’epidemiologia mainstream. Nutt corregge parzialmente il tiro dicendo che: sì, insomma, l’alcol fa male, però a certe condizioni… Se ai pasti comunque fa meno male… E poi i benefici sociali… Insomma non si può mica vivere di soli diktat sanitari!

Neanche una parola sul valore sociale delle altre bevande alcoliche che qualsiasi elementare sociologia del consumo ha da decenni messo in evidenza. Silenzio assoluto anche sul fallimento del modello inglese di contrasto all’abuso basato sulla lotta frontale a consumo responsabile e pubblicità. Senza contare la strizzatina d’occhio ai benestanti, capaci di stili di vita controllati e migliore prevenzione e protezione sanitaria. Dopotutto per loro il vino può andare, tanto se lo possono permettere visti i prezzi medi inglesi. E se si fanno male, si fanno meno male degli altri. Dunque per sdoganare il vino nel tempo del no safe limits basta ricondire le argomentazioni e presentarle in veste nuova.

È tutto così chiaro che si potrebbe perfino dire: condivisibile. Peccato che non si abbia il coraggio di ricordare che è invece nei paesi mediterranei che il valore culturale della moderazione è stato determinante nel modellare la socialità che adesso Nutt riscopre. E che proprio dalla comprensione dell’ambiguità del bere può nascere l’attitudine moderata, che unisce i benefici sociali con l’attenzione ai rischi. Comunque meglio tardi che mai.