Ho letto qualche settimana fa sul Guardian una riflessione, per così dire “leggera” di Hannah Jane Parkinson, una giornalista di costume. Si domanda cos’è che spinge molti all’attesa verso il momento in cui potrà avvicinare alle labbra un bicchiere e degustare un drink. La Parkinson propende per quella sensazione di euforia iniziale che libera, per complessa via biochimica, un rilassamento generale, una sensazione di facilitazione e alchimia positiva che scatta, specie in compagnia.

Parkinson non ci vende illusioni a buon mercato. Da vari indizi nell’articolo riconosciamo che le è ben noto il finale sgradevole, quando il primo drink non è che un pallido ricordo offuscato dai troppi venuti dopo. E dall’amara constatazione che troppe volte l’invito a bere con moderazione cade nel vuoto (https://www.theguardian.com/lifeandstyle/2020/nov/13/not-the-time-to-get-blind-drunk-but-tipsy-yes-please).

Parkinson è inglese. Con tutto il portato che una certa cultura del bere d’oltremanica significa. Eppure nelle sue parole non si può non ritrovare quella scintilla di verità che innesca il momento conviviale e rilassato di tanti incontri che, guarda caso, non esitano nel degrado.  “Tipsy” in inglese vuol dire qualcosa come “brillo e su di giri” quel tanto che basta, senza sconfinare. Goderlo e assaporarlo è questione di saggezza e, piaccia o no, di una saggezza che si può imparare. Non so se esiste il bere moderato ma conosco bene la moderazione di chi beve. In tempi in cui la nuova usanza del dry January (“gennaio sobrio”) arruola coorti che vogliono espiare gli eccessi, il mio pensiero grato va a tutti i tipsy drinkers di questo mondo. E non sono pochi.