I dati ed i commenti fortemente allarmanti che emergono dall’articolo di M. Calandri, ripreso con forte evidenza sul sito odierno (18 dicembre) di Repubblica (https://www.repubblica.it/cronaca/2020/12/18/news/un_milione_di_ragazzi_a_rischio_alcolismo_colpa_del_lockdown_-278810613/) ritagliano un’immagine non convincente dei consumi giovanili di bevande alcoliche durante il lockdown. Giustamente ricercatori di tutto il mondo stanno testando un’ipotesi plausibile: che ansia e stress da confinamento mettano a dura prova individui anche giovani e che alcuni cerchino un’automedicazione  nell’alcol.

Ma questo avviene solo in parte. Le indagini nazionali ed internazionali che cominciano ad uscire evidenziano che i giovani, in particolare nella fasce di età più bassa, hanno diminuito occasioni di consumo e Binge Drinking perché legati alle uscite fuori casa sospese durante il confinamento.

La stima di un aumento del 200% dei consumi è inoltre azzardata. È vero che i dati di vendita hanno mostrato da subito un aumento dei volumi. Meno ovvio dedurre da questo dato una sicura indicazione di aumento dei consumi (e a cascata sulla dipendenza precoce).

Un recentissimo articolo su Alcohol and Alcoholism a firma Peter Anderson (ricercatore inglese insospettabile di cedimento verso le ragioni commerciali) dimostra con un’analisi raffinata che i consumi delle famiglie britanniche misurati sugli acquisti in eccesso durante il lockdown (+41%) non compensano i mancati acquisti delle stesse nel canale fuori casa, con un saldo finale sui consumi pari a un trascurabile 0,7%.

E la crescita a 3 cifre dei canali on line? Da un lato essa compensa la chiusura del canale fuori casa. Non si tratta però di una scelta generalizzata e quindi non rimbalza con la stessa grandezza sui consumi reali. È non è comunque tipica dei giovani.

Suggerire che la fase attuale sia un momento espansivo dell’industria delle bevande alcoliche è del tutto fuorviante. Aumenti congiunturali dei volumi vanno letti accanto ai contestuali segni meno dal lato dei margini. E sui contraccolpi, ben presenti anche in Italia, sull’occupazione di settore. Collegare i problemi (reali) dell’alcol-dipendenza ad una congiunzione maligna tra mercato e lockdown è un cortocircuito che non  aiuta la soluzione del problema.