a margine di coronavirus e alcol

Nel pieno dell’emergenza Covid-19 l’epidemiologia è stata a lungo corteggiata dai media: giustamente. Nella pandemia virale l’epidemiologia delle malattie trasmissibili ha preso il sopravvento su quella della malattie non infettive.

Ma non sono mancate voci allarmate su impennate dei consumi di alcolici, denunciati da più parti (qualche giorno fa se ne sono occupati sul BMJ Finlay e Gilmore: https://www.bmj.com/content/369/bmj.m1987). Durante la quarantena a fronte di una crescita delle vendite nei supermercati del 43%, le bevande alcoliche sarebbero aumentate del 67% (dati UK). E allora? Quasi ovunque in Occidente, nella fase severa del confinamento si sono registrati acquisti in crescita. Gli alcolici sono stati premiati a causa della chiusura generalizzata del canale “fuori casa” (on premise) e dall’incertezza sulla riapertura. Non diversamente dalla pasta e dal cibo in scatola. Certo, una parte dei consumatori ha sostituito i propri consumi abituali ricorrendo all’online. Ma i più sono certamente acquisti indotti dall’effetto “bunker”, ben noto alla sociologia dell’emergenza.

È perciò improprio stabilire una relazione diretta tra acquisti, certamente in aumento, e consumi effettivi dentro le mura domestiche. Non basta il tam tam in rete e i filmati via Telegram o Instagram di aperitivi alcolici e movide condivise in remoto a sbilanciare il quadro verso i consumi in eccesso. I dati italiani sui canali distributivi segnalano chiaramente una crescita di acquisti nel primo periodo (fino a fine marzo) in cui primeggiano i beni di prima necessità, anche se non mancano prodotti di comfort food (dalla creme spalmabili alle bevande alcoliche). E ci sono anche le compere per il periodo pasquale, dopo il quale il mercato rallenta. Il peso cresciuto dell’e-commerce, comprese le vendite di alcolici, si spiega con un effetto di sostituzione di canali temporaneamente chiusi o di difficile accesso. Inoltre, come ha messo in evidenza l’Osservatorio Nomisma sul lockdown, in questo periodo l’orientamento dei consumi privilegia scelte conservative e responsabili; difficilmente la casa è occasione di eccesso (fatta eccezione per le situazioni già a rischio o da tempo compromesse).

Colpisce che, nel momento in cui l’accessibilità all’alcol nella rete di bar e ristoranti è stata bloccata dal confinamento, rendendo di fatto legge la raccomandazione dell’OMS a restrizioni severe di accesso alle bevande alcoliche, l’ala oltranzista della salute pubblica denunci l’impennata dell’abuso. Senza contare il crollo della pubblicità (-29% a marzo, -10% gli alcolici). Non è forse il lockdown la prefigurazione di una società virtuosa con la salute al primo posto? Ma si sa: raffigurare il peggio che verrà paga sempre. E nel dubbio, meglio portarsi avanti.